Influenza dell’attività sportiva sullo sviluppo psicologico del bambino

di Salvatore Rustici*

La pratica sportiva nell’infanzia, porta notevoli benefici sia nell’equilibrio dello sviluppo fisico che nell’evoluzione psicologica.

In questa pratica sportiva il bambino trova soddisfazione nei bisogni legati al gioco, all’agonismo, al movimento, e in tutto questo contesto si sviluppa anche l’aspetto intellettivo, prevenendo anche gli aspetti caratteriali disturbati.

La pratica sportiva migliora i rapporti interpersonali e la comunicazione, quindi l’aspetto relazionale, la creatività, l’espressività e la gestione dello spazio.

Quindi lo sport ha un alto valore pedagogico, e permette di recuperare quegli spazi trascurati dalla scuola.

Effetti sulla personalità
La pratica sportiva nel bambino, permette la formazione e l’integrazione dell’Io tramite l’autoconsapevolezza, sviluppo dell’identità dato che nello sport si vengono a creare rapporti interpersonali in cui gli si riconosce un ruolo specifico e definito.

Conquista della stabilità
Il bambino inizia a responsabilizzarsi , rispondendo personalmente delle proprie azioni, imparando ad adattarsi alle nuove situazioni senza alcuna alienazione.

Si crea un controllo dei conflitti intrapsichici, mantenendo la propria identità nel tempo, sviluppando un auto-educazione a mantenere una stabilità nei propositi.

Integrazione sociale
Attraverso il contatto interpersonale che il bambino sviluppa una socievolezza partecipativa, e vivere una relazione sociale aumenta una notevole sicurezza nel bambino.

Attraverso gli Ego del gruppo, il bambino si sente protetto nei confronti di un Super – Io autoritario.
Il bambino quando solidarizza e coopera con i coetanei migliora notevolmente la sua sicurezza ed il suo carattere, maturando con equilibrio la sua personalità.

Lo schema corporeo
Per schema corporeo si intende la coscienza immediata delle posizioni degli arti e del corpo nello spazio, quindi è una sorta di immagine psichica che permette all’individuo di entrare in relazione con la funzione spazio-temporale nel modo circostante.

Sviluppo dello schema corporeo
Il neonato: secondo Piaget , indifferenziazione, dai 2 anni ai 4 anni: rappresentazione mentale della propria immagine corporea.

Dai 5 anni ai 7 anni: lo schema corporeo si affina inglobando nozioni di tempo, forma e proporzione tra i veri segmenti corporei.

DIFFICOLTA’ EMOTIVE E COMPORTAMENTALI NELL’ADOLESCENTE SPORTIVO
L’adolescente spesso si esprime anche nell’ambiente sportivo, con tempeste emotive, che si sviluppano nel comportamento; inoltre l’adolescente trasmette nelle relazioni, incoerenza, instabilità, fluttuazione dell’attenzione, instabilità, svalutazione del Sé, ma nello stesso tempo ricerca di protezione e dipendenza, oppure una polemica opposizione .

Educatore fisico e adolescenti
Proprio per le problematiche appena elencate, il ruolo dell’educatore in questa fase, diventa importantissima. L’educatore fisico dovrà proporsi più come facilitatore del gruppo, che come super esperto che elargisce insegnamenti di tecniche sportive.

Importante è rendere partecipi i ragazzi nei lavori che si svolgono nell’ambito sportivo, allo scopo di coinvolgerli e motivarli verso obiettivi singoli e personali.

Creare sempre un clima ambientale che favorisca una maturazione dell’esperienza in campo.

In pratica un allenatore, un educatore, un insegnante, dovrebbe essere un mezzo al servizio del gruppo formato da ragazzi;
e dovrebbe avere disponibili molti strumenti a disposizione, per agevolare il giovane atleta nell’apprendimento.

L’educatore dovrebbe saper accettare l’emozioni dei ragazzi adolescenti.

Tener ben presente che gli adolescenti possono provenire da ambienti differenti, e che possono appartenere ad una generazione differente da quella dell’allenatore, e quindi avere difficoltà nel riconoscersi nei vissuti dei ragazzi, quindi, cercare di creare gruppi eterogenei sia nell’età che nelle classi sociali.

“ individui della stessa età o di diverse età formano un unità ed una generazione affettiva soltanto nella misura in cui partecipano ad esperienze emotive intellettuali del loro tempo”
Mannheim

*Mental coach, psicomotricista funzionale

La Motivazione: sogni, emozioni ed aspettative di un insegnante

di Fabio Tomei

Che cosa sia la motivazione e come una persona, nella fattispecie un atleta, riesca a mantenerla nel tempo sono aspetti ancora oggi non del tutto indagati.

Ma se è vero che gli aspetti psicologici, emotivi e motivazionali sono chiaramente usati, praticati e coinvolti nel processo di insegnamento e che siano ritenuti primari per gli allievi, in ogni campo, vorrei qui proporre il quesito di quale sia la spinta motivazionale di un docente e, nello specifico, di un docente di attività motorie.

Alcuni pensano che la motivazione sia una caratteristica prettamente personale ed individuale, altri invece sostengono che la motivazione possa essere performata da fattori esterni.

Ambedue le convinzioni hanno qualcosa di reale: la motivazione è un costrutto, complesso ed articolato in cui valgono sia fattori individuali che situazionali.

Ovvero la teoria dell’autodeterminazione (Self Determination Theory; Ryan e Deci, 2000) mostra come la motivazione a praticare sport derivi da due possibili fonti: ragioni intrinseche o estrinseche.

Quando gli atleti sono motivati in modo intrinseco, partecipano per libera scelta personale, per proprio interesse e piacere; se, invece, sono motivati in modo estrinseco, il coinvolgimento sportivo è dovuto a ragioni esterne (ad esempio, riconoscimenti sociali o economici): lo sport, in questo caso, rappresenta un mezzo per ottenere qualcosa che si desidera o evitare qualcosa che non si vuole. In realtà, la teoria si sviluppa in modo più complesso e prevede che i processi motivazionali si muovano lungo un continuum in relazione all’autodeterminazione.

Comunque gli approcci teorici che studiano oggi i processi motivazionali nello sport, e nelle attività motorie più in generale, hanno tutti in comune una sorta di enunciato: ciò che spinge una persona ad agire è il desiderio di percepirsi competente.

La percezione di competenza è un aspetto psicologico strettamente legato allo sviluppo cognitivo, alle esperienze di socializzazione che favoriscono il divertimento e l’interesse per le attività motorie e sportive, attivando processi motivazionali che accompagnano la persona per tutto il corso della sua vita.

È determinante il significato che viene attribuito al concetto di competenza e che influenza il tipo di orientamento motivazionale che si sviluppa nell’interazione tra sé stessi e l’ambiente personale. Infatti, si ribadisce, i criteri che fanno sentire una persona competente possono essere autoriferiti o esteroriferiti.

Entrambi i tipi di orientamento sono, in genere, presenti negli atleti, con diversi livelli di combinazione.

Gli studi hanno però confermato e sottolineato come un orientamento prevalentemente incentrato sul compito risulti maggiormente funzionale a quello incentrato sul risultato e come il primo abbia delle risultanze positive su molti aspetti dell’esperienza sportiva. Infatti l’orientamento sul compito determina un maggior coinvolgimento ed investimento emotivo (con emozioni e sentimenti positivi), partecipazione legata soprattutto alla crescita dei valori più alti del soggetto “essere umano” nella sua globalità e non solo come atleta.

La motivazione può avere molteplici riscontri, in quanto «processo multifattoriale» nel quale entrano in gioco diversi aspetti correlati tra loro in modo continuo e dinamico:

a) aspetti cognitivi, come l’uso di differenti strategie di apprendimento;

b) aspetti metacognitivi, cioè la capacità del soggetto di riflettere sul proprio apprendimento o sull’attività di studio e di ricerca;

c) aspetti emotivi, quali le rappresentazioni di obiettivi;

d) aspetti psicologici, relativi alla percezione di autoefficacia del concetto di sé;

e) aspetti didattici, legati all’uso di determinati mediatori o metodologie didattiche nei processi di insegnamento-apprendimento.

Tra le varie componenti, a cui si aggiungono anche gli aspetti biologici, contestuali e sistemico-relazionali, si istituiscono relazioni circolari, tanto che non è facile isolare un aspetto dall’altro. Per l’analisi del problema, è necessario utilizzare, pertanto, una metodologia di ricerca multidisciplinare e transdisciplinare, in modo da cogliere l’intero fenomeno della motivazione nella sua autenticità e complessità.

Il termine «motivazione» (dal latino motus) indica un movimento, il dirigersi di un soggetto verso un oggetto desiderato ed è dato dall’insieme delle tendenze emotive che guidano, sostengono o facilitano il raggiungimento di obiettivi. Per motivazione s’intende tutto ciò che spinge l’essere umano a perseguire determinati scopi. La motivazione è il perché delle azioni, il fine che spinge l’uomo ad impegnarsi per soddisfare i propri bisogni; il dirigersi di un soggetto verso un oggetto desiderato, verso uno scopo: la dinamica del desiderio implica una spinta, che può essere interpretata come bisogno o pulsione da soddisfare, oppure in un senso più profondo, come tensione sostenuta da aspettative, interessi, obiettivi, aspirazioni, sentimenti ed emozioni che coinvolgono il nostro tempo interiore. Questa «tensione interiore» appare, da un lato, connessa alle modalità per cui un soggetto decide che cosa per lui ha un senso e che cosa non lo ha, dall’altro, è legata alle «attribuzioni di valore dominanti in un determinato contesto»: gruppo, famiglia, comunità scolastica, lavoro, istituzioni, ambiente socio-culturale. In questo orizzonte semantico, la motivazione comporta sia la spinta alla realizzazione personale, connessa al cercare la propria soddisfazione, proponendosi obiettivi stimolanti, orientandosi al risultato e coltivando l’impulso a migliorare le proprie prestazioni e i propri processi cognitivi, sia l’impegno nel dare un senso profondo e autentico alla nostra vita e alla nostra esistenza. La motivazione è sorretta da uno spirito di iniziativa che consiste in una «tensione all’obiettivo, al di là di quanto «viene prescritto e al di là degli impedimenti burocratici e nella prontezza a cogliere le opportunità». Inoltre, la motivazione è caratterizzata da una «buona dose di ottimismo, inteso sia come capacità di essere costanti nel perseguire gli obiettivi al di là degli ostacoli incontrati e degli errori commessi, sia come capacità di puntare sulla speranza di successo e non sulla paura del fallimento». Una solida e profonda competenza personale, con la conseguente capacità di individuare correttamente i propri sentimenti e bisogni, consente anche di mettersi in sintonia con i sentimenti degli altri. In questo orizzonte, la motivazione richiama il concetto di empatia, cioè la capacità di comprendere gli altri nei loro sentimenti, punti di vista, interessi, preoccupazioni, mediante un «ascolto attivo».

La Motivazione Emotiva

C’è da considerare l’essere umano come complesso e variegato, difficile da “catalogare” in stereotipi predeterminati, anche se poi, tutti gli studi di settore tendono a farlo, basti pensare all’ottimista, all’egocentrico, all’introverso per citare solo alcuni dei più noti.

Uno psicologo americano, Howard Gardner, ha addirittura elaborato la “Teoria delle Intelligenze multiple” secondo cui esistono sette diversi tipi di intelligenza:

  • linguistica,
  • logico-matematica,
  • musicale,
  • spaziale,
  • corporea,
  • intrapersonale,
  • interpersonale,

che ognuno di noi possiede con configurazioni uniche. Inoltre, tredici anni dopo, la sfera emotiva stessa viene considerata per la prima volta una forma di intelligenza nella famosa opera Emotional Intelligence di Goleman (1996), dove vengono accostate due realtà, emozione e intelligenza, fino a quel momento considerate distanti.

L’emozione quindi è l’elemento distintivo fra gli esseri umani, la capacità cognitiva più quella emotiva creano l’essere unico, inimitabile, capace di determinare in maniera più o meno accentuata il proprio percorso individuale.

Detto questo ci poniamo un quesito: come possiamo, se possiamo, intervenire nella costruzione di quel complesso fatto, appunto, di conoscenze ed emozioni che conosciamo sotto il nome di Personalità?

Beh! Come insegnanti abbiamo la possibilità di intervenire sulla parte cognitiva con il trasferimento di conoscenze ed informazioni afferendo a quella che è la sfera oggettiva, quindi possiamo intervenire sulla parte emotiva, suscitando emozioni ovviamente positive che fissino le informazioni e le conoscenze di cui prima afferendo a quella che è la sfera soggettiva.

Questa la vera sfida del docente nel suo percorso motivazionale: se egli, il docente, accetta l’affermazione che ogni essere umano, quindi ogni potenziale allievo od allieva, sia un “unicum” esistenziale, allora la sua sfida sarà quella di portare ad ognuno dei suoi allievi/e il bagaglio della disciplina da lui insegnata ogni volta con una emozione diversa, in un crescendo di sensazioni che accrescano il suo bagaglio emotivo in ambo le direzioni, cioè nel dare e nel ricevere emozioni,perchéè impossibile pensare di suscitare un’emozione senza riceverne una di ritorno.

Nella sfera emotiva sta racchiuso il grande segreto dell’insegnamento: quello di una continua evoluzione del Docente, Maestro se parliamo di attività motoria, nel caso specifico di una disciplina con implicazioni etiche, filosofiche ed educative.

Il Maestro di attività come le Arti Marziali deve per forza crescere dal punto di vista emotivo perché, al contrario dei docenti di altre discipline o materie, il suo proseguire nel tempo va di pari passo con il suo decadimento fisico farà scemare il rapporto costruito sul modeling a favore di quello costruito sul feeling.

Da sempre il vero rapporto tra Maestro e allievo nel mondo giapponese si è basato sul sentimento del Kimochi, 気持ち, che è unico, inconfondibile, basato esclusivamente sull’emozione, sono convinto del fatto che sia l’emozione di come si vive un insegnamento, quindi in maniera profondamente personale, alla base delle differenze che ci sono tra maestri che pur sono allievi dello stesso caposcuola.

Per questo sono convinto che non è importante la pratica della disciplina quanto il sentire la disciplina stessa.

Emozionare ed emozionarsi, ogni volta rinnovarsi, così facendo si evolve il proprio patrimonio di conoscenza, pur avendoli in qualche caso, noi non abbiamo centinaia di allievi, ne abbiamo uno alla volta, con le sue paure che non sono le paure degli altri, con i suoi punti di forza che non sono gli stessi punti di forza di altri, con le sue emozioni che, vieppiù, non sono mai le emozioni provate da altri.

C’è un’ultima importante analisi da tenere in considerazione quella dell’ambiente socio-familiare in cui l’allievo/a cresce e sviluppa la propria personalità, quest’ambiente giocoforza entra in contatto con il maestro e viceversa.

Specialmente nel caso dei più piccoli il “lavoro” va fatto di pari passo sui genitori: essi vanno coinvolti, a loro volta motivati, inseriti nel tessuto connettivo dell’associazione; anche dai genitori provengono emozioni ed anche in loro suscitiamo emozioni, non dobbiamo mai dimenticare che mentre nell’ambiente scolastico “ti capita” quel o quella docente, nell’ambito sportivo quasi sempre il docente “si sceglie” a volte in maniera casuale, altre in maniera più empirica: nel primo caso, quello della casualità, bisogna impegnarsi molto affinché la scelta sia poi riconsiderata da un punto di vista più sistematico, nel secondo caso, le aspettative create da successi passati, titoli vinti, considerazioni generali vanno poi rinforzate da fatti reali e condivisi con i genitori stessi.

È una grande sfida quella dell’insegnamento, quello dell’insegnamento motorio poi ancora più grande, infatti se all’inizio c’è una grande profusione di movimento, quasi frenetico, alla ricerca di un’emozione, nella grande traiettoria circolare che è la vita si dovrebbe giungere, un attimo prima della ricongiunzione, alla capacità di generare il movimento partendo da un’emozione.

…Sapendo che quel che brucia non son le offese

E chiudere gli occhi per fermare qualcosa che

È dentro me

Ma nella mente tua non c’è

Capire tu non puoi

Tu chiamale se vuoi emozioni                (Lucio Battisti)

Bibliografia e Sitografia

Con spunti tratti da:

La centralità della motivazione nei processi di apprendimento di Andrea Gentile

tratto da www.qtimes.it Pubblicato il: 09 gennaio 2014;

A volte si abbandona da giovani!

Processi motivazionali e prevenzione dell’abbandono nello sport giovanile: indagine nella provincia di Trento.

A cura di Francesca Vitali, Laura Bortoli, Antonella Bellutti, Claudio Robazza e Federico Schena;

La Comunicazione Interpersonale e la Relazione Docente- Allievo

di Antonella Marrocco;

Insegnare lo sport Manuale di metodologia dell’insegnamento sportivo

Bortoli, Bozzaro, Cei, Gebbia, Mantovani SDS – 2010-

Incontri ravvicinati del tipo autostradale… Note sulla 6^ Golden Cup FIK

Sapete dove prendo la consapevolezza che la FIK è un grande realtà, consolidata, strutturata nel territorio nazionale?

Non tanto dalla perfetta organizzazione di gara, dai tatami sempre ordinati e curati, dai supporti tecnologici (mega screen, telecamere, impianto audio, microfoni mobili e quanto altro) e neanche dalla professionalità dei dirigenti pur altissima e qualificata e nemmeno dai dettagli accuratissimi di tutta l’organizzazione, no: la grande realtà della FIK la sento tangibile, intensa, affettuosa e sincera quando, nei nostri percorsi verso i vari luoghi di gara sparsi per tutto lo stivale, le comitive si incontrano nei vari autogrill autostradali, nelle stazioni ferroviarie o negli aeroporti…

Ecco, lì, negli abbracci, nelle strette di mano, nella condivisione dei vari caffè, nei discorsi fra i maestri che pure, tra poco, saranno avversari nel palazzetto, vedo e sento la condivisione degli intenti, dei progetti futuri, di una visione comune del Karate, della gestione dei gruppi della sempre effettiva educazione di questi gruppi di nostri ragazzi che praticano la nostra disciplina che è di molto superiore ad altre comitive di età analoghe.

Le gare, molto spesso nascono qui, in questi luoghi e qui finiscono dopo i due giorni di gara, al rientro ci si trova ancora a condividere un tramezzino ed una minerale parlando della gara appena avvenuta, essendo contenti o anche recriminando un episodio avverso avvenuto in gara.

La 6^ Golden Cup, organizzata dal Comitato Regionale Abruzzo presieduto dal maestro Gianni Visciano si è svolta sabato 7 e domenica 8 dicembre 2019 al PalaMaggetti di Roseto degli Abruzzi, la ridente cittadina balneare sull’Adriatico, che più volte ci ha accolti in questi anni.

Una giornata dedicata ai Kata con oltre 300 partecipanti ed un’altra dedicata ai kumite che ha visto la presenza di altrettanti atleti con categorie numerosissime ed agguerrite, 4 aree di gara super attrezzate oltre 50 Ufficiali di Gara tra arbitri e Presidenti di Giuria, Coordinati dal responsabile arbitrale Maestro Sergio Valeri e dal Commissario di Gara Margherita Fabian, i tatami erano diretti dai Maestri  Alberto Isoldi, Otello Zuliani, Luciano Masci e Vincenzo Sarappa; ovviamente, sopra a tutti, l’occhio vigile del presidente Nazionale Dott. Riccardo Mosco e del Vice presidente dott. Stefano Maria Pucci.

L’organizzazione, come già detto, era sotto l’attenta regia del maestro Gianni Visciano che ha curato tutto nei minimi dettagli con un servizio d’ordine e staff, ineccepibile, motivato e super educato che, con gentilezza ma con fermezza, ha impedito qualsiasi situazione di “disordine” nelle aree di gara.

Una gara di un altissimo livello agonistico che ha visto gli atleti contendersi i podi per un decimo nei kata o per un wazari nei kumite e rendendo comunque la gara avvincente e intensa.

Insomma è stata una grande partenza della stagione agonistica della FIK, come era facile immaginare ma come, vi assicuro, difficile da realizzare, perché l’asticella si sposta sempre più in alto e perché abituando la gente ad un alto standard poi lo si pretende, giustamente, sempre ed anzi si pretende anche di più.

Concludiamo citando le società che si sono contraddistinte nelle due classifiche, quella del Kata e quella del Kumite:

KATA:

  1. SCUOLA KARATE ITALIA
  2. SHOTOKAN SHI DOJO
  3. POLISPORTIVA UNION VIGONZA

KUMITE

  1. NINTAI KAN
  2. TSUBAME
  3. GOSHIN DOJO

Ora a livello nazionale la pausa natalizia che permetterà lo svolgimento di molte attività regionali e l’appuntamento sarà a febbraio, ancora in Abruzzo, questa volta a Chieti 8 e 9 febbraio 2020 e sicuramente vedremo una gara ancora più avvincente  e intensa.

Come le gare FIK sanno essere…

Questione di un attimo…

Insieme ai docenti del Centro Nazionale di Formazione e Ricerca stiamo facendo un grande lavoro… un lavoro soprattutto di “demolizione”, si! Avete letto bene DEMOLIZIONE, demolizione di quel concetto di “Sensei” in voga negli anni 70/80 e, purtroppo, ancora presente in qualche docente più in la con gli anni.
Quelle persone, cioè, che non si sono adeguate al cambiamento sociale, ed al continuo “ringiovanimento” di chi approccia ai nostri corsi in palestra.
Se, in quegli anni, si “andava a far Karate” intorno ai 18 anni e oltre e le lezioni erano tutte improntate al “samuraismo” (passatemi il termine) più becero (quante “leggende” ho ascoltato in quegli anni) e diciamocelo pure, al machismo imperante oggi non è più possibile! Oggi abbiamo in palestra i ragazzi e le ragazze (dovrei dire ragazzini e ragazzine) anche a 4 anni; soggetti cui la personalità non è ancora formata e a cui noi, come docenti, contribuiamo e contribuiremo per tutto il resto della loro vita, perché dobbiamo sempre ricordarci che ogni parola ha un peso e che, questo peso, aumenta nel momento in cui a pronunciarle è qualcuno considerato “grande maestro” e che, ancora, questo peso diventa ancora più grande se, queste parole, vengono pronunciate davanti a una classe intera.
Nel mio piccolo, miro soprattutto alla costruzione di un autostima che permetta alla ragazza o al ragazzo di affrontare i piccoli, grandi problemi che la vita di tutti i giorni ci mette davanti, sono empatico con loro, li ascolto e non “minimizzo” mai anche se con la visione della mia esperienza i problemi sono di per sé “risibili”.
Non mi interessa, non mi è mai interessato, il “Campione” o la “Campionessa”, molto di più mi interessano ragazze e ragazzi che poi divengano uomini e donne che sappiano svolgere il loro ruolo nella società.
Un docente, un maestro lo è per sempre, non solo in quel periodo di tempo in cui si “convive” sullo stesso tatami o in una classe, il docente resta nel cuore e nella mente, sia positivamente o negativamente, per sempre.
Una parola detta oggi con leggerezza può essere una goccia che scava la roccia nel profondo se diventa l’ossessione di qualcuno.
Vi faccio un esempio personale: ai miei tempi (sigh!) alle elementari si faceva oltre alla lezione di religione (di solito col parroco del quartiere) anche quella di Canto, un’ora a settimana… ebbene in PRIMA ELEMENTARE quindi a sei anni circa già alla prima lezione la maestra si tappò le orecchie davanti alla mia performance dicendo “non ho mai sentito uno più stonato di così!” DAVANTI A TUTTA LA CLASSE, dopodiché, non contenta, decise che per la recita di natale la nostra classe avrebbe interpretato “Nella vecchia fattoria” e mi assegnò la parte DELL’ASINO!!! Ma ad una delle ultime provo si arrabbiò così tanto della mia interpretazione (forse, con il senno di poi, ero entrato in “contrasto” con la mia docente?) che mi tolse addirittura la parte e quindi alla recita io non mi esibii. Inutile dire che per tutto il corso delle elementari io non aprii più bocca e non osai più cantare, mai!
Poi, ebbi la fortuna, alle medie di trovare una professoressa di musica che aveva una grande capacità empatica che mi spiegò che comunque c’era una tecnica per poter migliorare, e che in ogni caso non tutti avevamo le stesse capacità canore ma che la musica, la sua storia, i suoi personaggi avrebbero arricchito la mia vita e mi coinvolse nella vita del gruppo come storico e ricercatore ed in Terza Media davanti a tutta la scuola riunita mi fece fare il relatore (… un destino precoce?) sulla sinfonia N. 8 “Incompiuta” di Franz Schubert, e, dopo il mio intervento, si alzò e disse “Questo è Fabio Tomei, 13 anni, e devo dire che non ho mai sentito parole più profonde e pertinenti di queste su Schubert e la sua opera”.
Beh! la mia autostima da quel giorno ebbe un’impennata pazzesca (e, devo dire, mai più scesa…) penso sia pleonastico dire quale delle due docenti sia rimasta positivamente impressa in me.
Tutto questo per dire quanto sia importante e delicata l’azione di un docente specialmente verso i più giovani.
Insieme al mio amico e socio Salvatore Rustici, stiamo facendo opera di mental coaching con molti gruppi di giovanissimi, non solo nel mondo del karate, e facciamo un lavoro lungo, certosino, di convincimento, di valorizzazione, perché non è facile confutare il pessimismo dei più giovani che si vedono quasi sempre come il brutto anatroccolo piuttosto che come il bellissimo Cigno e sappiamo invece che frasi tipo “E’ meglio che cambi sport” o “Inutile non sei capace” ci mettono un attimo a distruggere il lavoro di mesi, a volte definitivamente…
Molti, bontà loro, mi riconoscono grandi meriti nel lavoro con i giovanissimi, io, semplicemente entro in contatto con loro, non “monto” su nessun gradino e scranno che dir si voglia e sono molto “complice” con loro, nel filmato allegato vedrete una nostra dimostrazione, niente di pirotecnico o trascendentale anzi, usiamo il Pinan Nidan per esibirci, ma un grande coinvolgimento emotivo quello si, era la ricorrenza del primo memorial per Stella una nostra allieva di neanche 10 anni uccisa in un omicidio stradale, la storia ed il fatto aveva molto coinvolto i ragazzi e abbiamo passato un anno a cercare di “comprendere” un perché che, forse, non c’è ed abbiamo capito che anche all’apice del dolore “Panta rei” tutto scorre e che “il grande fiume della vita” come lo chiamava Eraclito non permette mai di fare la stessa esperienza né, tantomeno, di poterla modificare… Questo il messaggio che volevamo lanciare… molti di quei ragazzi in demo con me sono ancora con noi, qualcun altro no, qualcuno di quei ragazzi oggi è Campione Mondiale, qualcun altro no, ma quella emozione, quel giorno, quegli applausi e quel grido finale ci uniranno per tutta la vita!

CORSO DI STUDI INTERNO SUI KATA DELLA SCUOLA

Abbiamo dato il via ad una serie di stage monotematici sui kata della scuola.

DIRETTI DA SOKE

FABIO TOMEI

COADIUVATO DA

FABRIZIO DAVI’                      MARCO CONFORTI

FRANCO IVONINI                   UGO RUS

1^ Scheda

SEIENCHIN E ANAN

SEIENCHIN: come gran parte dei kata antichi la storia della sua origine è sconosciuta.

Il kata conosciuto anche come SEYUNCHIN, SEYONCHIN, e SAIPA è presente pressoché in tutte le scuole di Okinawa.

Data per scontata la sua matrice cinese, alcune fonti evocano la possibilità di una derivazione dallo Xing-yi-quan[1].

Altre sottolineano che la lettura cinese dei Kanji (Sui-yun-jing) richiama chiaramente il contenuto del Kata.

Così: Sui (seguire), Yun (movimento) e Jing (forza, essenza, energia) si trovano le interpretazioni “Tirare” oppure “l’occhio del ciclone”.

Spettacolare, sviluppa la potenza e la stabilità, questo kata alterna tempi lenti, tutti in contrazione, e movimenti rapidi e veloci. Esso contiene numerose tecniche per agganciare e attirare l’avversario la preparazione di un corpo a corpo.

Questo kata è basato sulle posizioni Shiko dachi, Sanchin dachi e Neko ashi dachi, i suoi spostamenti sono a 45 gradi, su varie direzioni, dall’asse principale con alcuni ritorni su quest’ultimo.

La respirazione esasperata ed enfatizzata è solo nella versione Goju ryu giapponese.

XI QUAN FA
Anan

ANAN: è un kata tramandatoci da un maestro (Anan appunto) esperto di boxe cinese, del XIX secolo, venuto da Fuzhou (provincia del Fujiuan) e giunto a Tomari, in Okinawa; egli insegna a Shiroma Kinjo, Matsumora Kosaku, Oyadomari (tutti maestri okinawensi) ed ad altri. Secondo alcune fonti Anan, Chinto, Shionja e, potrebbe essere, Ason sarebbero la stessa persona.

A livello bibliografico alcune annotazioni le troviamo solo in Funakoshi, che riporta ”un uomo, non identificabile, venne di Fuzhou venne in okinawa da un luogo chiamato Annan ed insegnò a… (maestri citati).”

Questa affermazione viene supportata dal fatto che fino al 1949 il territorio dell’attuale Vietnam era chiamato Annam (da cui Annan) mentre il nome Vietnam appare solo dal 1920. Nella traduzione sino-vietnamita Annam significa “Sud disteso” o “quiete del Sud”, alcune fonti di Okinawa, tra cui Nagamine sensei, traducono Annan in “Luce del Sud”. Annam proviene dal cinese An Nan. Annam era la striscia longitudinale dell’area (circa 1300 km) di mezzo del Vietnam, il Vietnam centrale di oggi.

Le mire colonialistiche della Francia, interessarono, nella seconda metà del XIX secolo questo territorio con una serie di scontri a partire dal 1873 che portarono nel 1882 alla conquista di Hanoi da parte dei francesi, alcuni patrioti vietnamiti, sconfitti in quel frangente ripararono in paesi limitrofi e vicini. Uno di questi patrioti potrebbe essere l’uomo chiamato Annan rifugiatosi a Tomari e che entrò in contatto con i maestri di Okinawa, in particolar modo con Shikichi Kuniyoshi (1860-1935) il quale con le tecniche assorbite da Annan creò il kata che ancor oggi porta questo nome (e in alcuni casi Anandai).

Sicuramente in origine la forma era più lunga ed articolata mentre quella di oggi, che segue tutti gli standard dei kata di Okinawa, vede molto l’uso dei Kin Keri (calci ai testicoli) e dei fumikomi (calci laterali alle articolazioni del ginocchio e della caviglia) ed usa le mani aperte come tutti i koshiki kata.


[1] Stile di boxe cinese che ha molto influenzato i movimenti di braccio dei kata di Okinawa.

Passi nella Via…

Questo è l’estratto dell’articolo.

Mi si chiede di presentare questo sito e il perché della sua creazione.

Ebbene Budo Tomei Renmei, è il luogo dove trovano spazio e dimora tutti i passi da me percorsi nella “VIA” … quel “DO” che da sempre, per me oltre 50 anni, è la realizzazione e la massima aspirazione di ogni marzialista appassionato e convinto.

Iniziai bimbetto e, oggi devo dire, fui molto fortunato, perché entrai subito nel Dojo di Iwao Yoshioka uno dei più grandi nomi del Karate internazionale, pioniere della diffusione del Karate in Italia, personaggio amabile e poliedrico, innamorato dell’Italia e degli italiani tanto da avere figli e nipoti italiani e, comunque, per il suo carattere è il “papà” di molti miei coetanei e compagni di avventura che, ancor oggi, sono grandi maestri e dirigenti federali.

Tanta strada percorsa insieme a lui, perfino in lunghi periodi nella sua terra natia, il Giappone, del quale ho studiato (e persino mi sono diplomato) la lingua, storia e filosofia.

Ma tanti altri personaggi hanno intersecato la mia strada e tanti hanno lasciato traccia nel mio bagaglio culturale, italiani e non; e tutto questo non poteva che portare ad una sintesi personale, un “metodo” che provato e sperimentato prima in altre esperienze associative è approdato a questa che, dal 2014; penso sia ormai la definitiva: la Budo Tomei Renmei.

Ho avuto la lungimiranza di essermi circondato di collaboratori, miei allievi, ormai maestri di alto livello che cooperano con me in questa avventura:

Fabrizio Davì,

Marco Conforti,

Franco Ivonini,

Ugo Rus.

Ormai amici fraterni, preparatissimi, mi offrono tutto il supporto che mi necessita per la nostra volontà di essere Associazione Sportiva protagonista nel circuito federale FIK, Federazione Italiana Karate.

Altro personaggio imprescindibile dell’Associazione è Fabio Ceprani, Vice Presidente del Comitato Regionale Lazio della FIK. Fabio è persona meticolosa e precisissima, ha preso in mano la gestione amministrativa e logistica della Budo Tomei Renmei e ne ha fatto un’organizzazione efficientissima ed all’avanguardia.