Note di Storia del Karate

per gentile concessione del Maestro Fabrizio Comparelli

Lineamenti di storia del Karate

La storia del karate non è chiara. La sua origine è avvolta nel mistero

(Chitose Tsuyoshi, 1898-1984, fondatore dello stile Chito-ryu)

INTRODUZIONE

            Allo stato attuale delle nostre conoscenze, il fenomeno karate ha assunto proporzioni e vastità tali che per comprenderne la natura, la storia, le ramificazioni, la complessità culturale e antropologica, la geografia persino, non è più sufficiente leggere qualche volume, seppur pregevole, pubblicato nello striminzito e insufficiente panorama librario italiano.

            Cos’è il karate? Un’arte marziale? Uno sport da combattimento con avversario (ma anche senza, o immaginario, come nei kata)? Difesa personale? Una filosofia? Fino a qualche anno fa, almeno in Italia, forse sarebbe ancora stato possibile dare una risposta, pur parziale, a questa logica domanda, che tutti prima o poi da semplici praticanti, poi da insegnanti (a vario livello: di bambini, di amatori alla ricerca di qualcosa di esotico, di agonisti, di sinceri appassionati senza velleità di gareggiare), ci siamo posti: la risposta sarebbe probabilmente stata “un po’ di tutto questo”, ma senza una reale consapevolezza di ciò che si stava affermando.

Ancora oggi rispondere alla domanda “cos’è il karate” non è facile. La risposta cambia col tempo e con l’intensità e l’approfondimento della pratica personale, della passione e della voglia di studiare che ognuno di noi poi riversa in primis nel proprio dojo e poi, inevitabilmente, nella proprio vita quotidiana. Oggi il tentativo, che pur sempre di tentativo si tratta, è molto più complesso.

      1. L’isola di Okinawa e la nascita del todejutsu.

                Il Giappone si estende a destra del continente euroasiatico ed è caratterizzato dalla forma ad arco, lo strumento marziale che, insieme alla spada, caratterizzerà in maniera significativa lo spirito guerriero e filosofico delle arti marziali giapponesi. A sud del Giappone, numerose isolette sono sparpagliate a rosario nell’Oceano Pacifico: si tratta dell’arcipelago delle Ryukyu (Ryūkyū shotō: 琉球諸島). Tra queste vi è Okinawa (沖縄), la culla del karate antico, il tode (唐手). Gli ideogrammi utilizzati per scrivere Okinawa da un cinese o da un giapponese evocano la forma delle isole “come pezzi di corda di paglia che galleggiano sull’oceano” (Tokitsu 2001, p. 16; Sells p. 3). Le dimensioni dell’isola principale di Okinawa sono le seguenti: 1250 km2 circa, un settimo della Corsica; lunga circa 108 km, con una larghezza che varia dai 5 ai 24 Km. Il clima marino sub-tropicale risente della calda corrente Kuroshio (黒潮 lett. “corrente nera”, per via del blu intenso delle sue acque), proveniente delle Filippine, che è anche la causa dei tifoni che infuriano tra marzo e settembre. Il nord dell’isola è boscoso ed è scarsamente abitato, mentre la parte sud, che ha ultimamente conosciuto un boom economico, vanta diverse città cosmopolite: capoluogo è la città di Naha, da sempre il porto commerciale più importante di Okinawa. La Naha attuale comprende il vecchio villaggio di Naha e i villaggi di Shuri e Tomari, famosi per essere stati i luoghi principali di nascita e di sviluppo del karate. La posizione geografica vede l’isola di Okinawa a mezza via tra il Giappone e la costa Cinese di Fujian: il profondo influsso di queste due culture è palese in ogni aspetto della vita e della cultura okinawense. Il karate ne è forse la prova più evidente e famosa. Per una corretta comprensione della nascita e dello sviluppo di quest’arte, bisognerà sempre tenere a mente la peculiarità strategica e culturale della posizione geografica di Okinawa.

            2. Rapporti antropologici e politici tra Okinawa e il Giappone.

L’antropologia e la linguistica hanno dimostrato le radici comuni di Okinawa e del Giappone. Le due culture sarebbero progredite di pari passo almeno fino al a. C., per poi separarsi in maniera irrimediabile durante l’epoca Yayoi (III a. C.–  I d. C.) e questa profonda divaricazione culturale sarebbe dovuta al diverso rapporto con la Cina: strettissimo da parte del Giappone, che assorbendo la cultura cinese e rielaborandola a modo suo, conoscerà una rapidità di sviluppo fino ad allora ignota; Okinawa invece resterà legata maggiormente alle sue tradizioni rurali. Nonostante la separazione culturale, i rapporti tra Okinawa e il Giappone non cessarono del tutto, diminuendo però drasticamente. Almeno fino al IX secolo, la cultura di Okinawa non conosce significativi progressi, salvo poi sviluppare una gerarchia in seno alle comunità di villaggi; alcuni capitribù (gli anji), si affermano in diverse regioni di Okinawa. Lo sviluppo di queste forze locali coincide con la comparsa del ferro, introdotto dal Giappone.

Tokitsu 2001 p. 19 offre anche un quadro sincronico delle principali innovazioni tecnologiche ad Okinawa rispetto al Giappone

Okinawa                                                                            Giappone

Capi di StatoXI-XII sec.I a. C.- I d.C.
ScritturaXII sec.V sec.
BuddismoXII sec.VI sec.
Utensili agricoli in ferroXVI sec.VI-VII sec.
Unificazione del paeseXV sec.VII sec.
CalendarioXV sec.VII sec.
Stato organizzatoXV-XVI sec.VII sec.
Opere letterarieXVI-XVII sec.VIII sec
Opere storicheXVII-XVIII sec.VIII-X sec.

            Lo schema è rivelatore dell’enorme divario intercorso tra le due culture che pure avevano all’inizio un comune denominatore. Nel secolo XIV, a seguito dei conflitti tra capi locali, sorgono tre Stati, o federazioni di comunità tribali: Chuzan (Montagna di mezzo), Nanzan (Montagna del sud), Hokuzan (Montagna del nord). Questo periodo, conosciuto col nome di Sanzan-jidai (Periodo delle tre montagne), è quello della rivoluzione agraria conseguente all’introduzione di utensili di ferro.

Nel secolo XIV i capi degli Stati Sanzan entrano in contatto con la Cina, inaugurando una nuova tappa nella storia dell’isola. I documenti offerti da Tokitsu 2001 p. 18-19 rivelano l’emblematica situazione di Okinawa nel XIV secolo. Nel 1376, l’imperatore Ming Hong Wu fa acquistare, ad uno dei propri vassalli, dei cavalli e dello zolfo ad Okinawa: la merce di scambio non è composta da sete preziose e da oggetti di lusso, ma da porcellane e vasellame di ghisa. Fino ad allora, per cuocere il cibo si usavano delle rozze pentole in terracotta, che dopo 4-5 giorni di utilizzo si rompevano. Satto (1353-1395), re di Chuzan, è il primo ad instaurare una relazione di vassallaggio con la Cina, precisamente nel 1372. Per la storia del karate questa è la prima pietra del ponte attraverso il quale l’arte della lotta cinese giungerà ad Okinawa.

Nel 1396 si colloca un avvenimento che avrà importanza fondamentale nello sviluppo del karate: un gruppo permanente di 36 famiglie di artisti, scienziati e mercanti cinesi si trasferisce ad Okinawa, precisamente nel villaggio di Kume, nei pressi del porto di Naha. Tra di essi vi erano anche molti esperti di arti marziali cinesi. Con la colonia di Kume, la cultura cinese entra prepotentemente nella cultura okinawense, rafforzando maggiormente gli scambi già avvenuti per via del fiorente commercio marittimo. Dopo l’unificazione del paese ad opera di Sho Ashi (1429), un altro re, Sho Shin, salito al trono nel 1477, pose fine al feudalesimo, fondò uno stato confuciano, spedì gli Anji, la classe nobile, a Shuri, impose il veto sulla libertà di circolare con la spada e decretò illegale il possesso di grandi quantità d’armi.

  • stato notato che queste misure di sicurezza anticiparono di oltre un secolo le medesime misure che furono adottate anche in Giappone: nel 1507 ad Okinawa proibizione della proprietà privata delle spade e loro accumulo, un secolo dopo la stessa misura verrà adottata in Giappone; circa centocinquanta anni prima che Tokugawa Ieyasu (il primo shogun) obbligasse i suoi daimyo a trasferirsi tutti ad Edo per meglio tenerli sotto controllo, Sho Shin ordinò ai suoi Anji di abbandonare le loro residenze per trasferirsi nel distretto del castello di Shuri. Circa un secolo prima che gli agenti di polizia Tokugawa stabilissero le tecniche di controllo civile facendo uso del rokushaku e del jutte, i funzionari della classe pechin di Okinawa, che a differenza dei loro colleghi giapponesi erano disarmati, avevano già consolidato un metodo di difesa basato sul kenpo cinese. Il regno di Ryukyu si espanse e prosperò grazie al commercio con la Cina (soprattutto attraverso Fuchou, nella provincia di Fukien), con il sud est asiatico, la Corea e il Giappone, almeno fino al 1669, quando fu invaso dal clan dei Satsuma, provenienti del sud di Kyushu. Da allora, benché di fatto sia rimasta uno stato indipendente e pur mantenendo i contatti con la Cina, Okinawa conobbe un lento declino. I Satsuma rafforzarono gli editti sulle armi e nel 1699 vietarono l’importazione di qualsiasi lama. Nel 1724, grazie all’espansione delle classi più alte di Ryukyu (gli shizoku), fu concesso a questi nobili di dedicarsi al commercio, all’artigianato o di diventare proprietari terrieri nella campagna o nelle isole vicine. I contadini rimasero invece in una condizione di quasi schiavitù fino a quando le isole Ryukyu non vennero annesse, in seguito alla restaurazione Meiji del 1868, al Giappone e il re Sho Tai fu esiliato a Tokio.

3. Dalla Restaurazione Meiji alla II Guerra Mondiale.

Il nuovo governo Meiji inglobò le isole dell’arcipelago di Ryukyu nella prefettura di Okinawa e iniziò a giapponesizzare le tradizioni okinawensi considerate troppo straniere (ossia troppo cinesi) e ‘paesane’. Questa tendenza proseguì per tutta l’epoca Taisho (1912-1926) fino all’inizio di quella Showa (1926-1945), quando il Giappone divenne sempre più militarizzato, e terminò soltanto con la sconfitta del Giappone nella Seconda Guerra Mondiale. È in quest’ottica che vanno analizzati i cambiamenti del karate nel passaggio da Okinawa al Giappone, nonché l’interessamento dimostrato dai funzionari giapponesi preposti per quest’arte marziale. L’occupazione americana delle isole Ryukyu comportò una rivoluzione nell’economia dell’isola. Questa rivoluzione iniziò con battaglia di Okinawa (aprile del 1945) e terminò il 15 maggio 1972, quando il controllo politico di Okinawa ritornò al Giappone. I soldati americani di stanza ad Okinawa non esitarono a prendere lezioni di karate dai maestri, sia durante la seconda Guerra Mondiale, sia durante la guerra in Vietnam: questo è uno dei motivo per cui il karate okinawense è molto più sviluppato in America che in Europa.

4. Teorie sulla nascita e sullo sviluppo del karate

Quattro sono le teorie principali addotte dagli studiosi per spiegare la nascita e lo sviluppo delle forme di combattimento okinawensi.

La prima afferma che le tradizioni di combattimento si sarebbero sviluppate per opera dei contadini oppressi, i quali avrebbero sviluppato e trasmesso, all’insaputa delle autorità locali, una micidiale arte di combattimento a mani nude, estendendo poi la loro abilità marziale anche sugli strumenti contadini con i quali erano maggiormente a contatto. Questa teoria è assolutamente priva di alcuna verosimiglianza, e se pure ha avuto un qualche credito anni addietro, quando le arti marziali erano state presentate all’occidente avvolte da un alone di mistero e di romanticismo, è stata finalmente abbandonata grazie all’approfondimento degli studi a riguardo. Non esiste alcuna prova a sostegno della teoria per cui le arti marziali siano mai state praticate dai contadini. Tutto al contrario, i maestri più rappresentativi di karate del XIX secolo (la prima epoca di cui si può parlare con qualche barlume di certezza) erano nobili o militari afferenti la corte del re di Okinawa. È inoltre assai improbabile che la condizione di semischiavitù in cui erano tenuti i contadini abbia potuto permettere loro di inventare un’arte marziale complessa come il karate, e soprattutto padroneggiarla per autodifesa contro militari esperti.

La seconda concerne l’arrivo ad Okinawa di Tametomo (1139-1170: http://en.wikipedia.org/wiki/Minamoto_no_Tametomo), un guerriero di grande forza e fierezza, subordinato al clan Minamoto. A seguito di una sconfitta del suo clan ad opera del clan opposto dei Taira, Tametomo fu catturato ed esiliato nell’isola di Oshima, vicino alla montuosa penisola di Izu. Dopo qualche anno Tametomo finì per conquistare Izu aprendosi un varco verso est in direzione dell’arcipelago di Ryukyu. Essendo un abile stratega e primeggiando nella lotta, Tametomo invase in soli tre anni tutto il Kyushu. Arrivato ad Okinawa, vicino ad Unten, entrò in contatto con l’anji Ozato, signore del castello di Urazoe, e venne onorato per la sua forza militare. In seguito sposò la sorella di Ozato, divenendo signore di Urazoe. Il figlio di Tamemoto, Shunten, dopo aver sconfitto Ryu (ultimo sovrano della dinastia Tenson), divenne il più potente anji dell’isola. Probabilmente le tradizioni marziali introdotte da Tametomo e dei suoi guerrieri sopravvissero alla fine della sua dinastia, avvenuta nel 1253.

La terza teoria riguarda l’influenza delle “Trentasei Famiglie” di scienziati e commercianti cinesi che si stabilirono nel villaggio di Kume, in seguito ai rapporti stretti tra re Satto e l’imperatore Hong Wu. In questo villaggio, i giovani okinawensi potevano imparare il cinese, e i migliori potevano usufruire anche di borse di studio per recarsi in Cina (i ryugakusei, o ‘studenti di scambio’). L’arricchimento della cultura di Okinawa attraverso la colonia di Kume fu incalcolabile. All’occasione era possibile imparare anche i mestieri più vari: la fabbricazione della carte, la laccatura, l’edilizia, l’architettura, il confucianesimo e la musica cinese. È assai probabile che le Trentasei Famiglie abbiano introdotto ad Okinawa anche le loro arti marziali. L’influsso culturale più profondo giunse dalla Cina tramite i sapposhi, inviati speciali dell’imperatore cinesi. I sapposhi viaggiavano fino ai confini più remoti per portare i dispacci imperiali e poi tornare indietro a riferire sulle situazioni locali. Su richiesta del re di Okinawa, i sapposhi vennero inviati nel regno di Ryukyu una ventina di volte in 500 anni, approssimativamente ogni volta che, a partire da re Bunei nel 1404, un nuovo re assumeva il potere. Di solito un sapposhi si tratteneva quattro-cinque mesi, ed era accompagnato da un seguito di 500 persone, comprendenti professionisti specializzati, commercianti ed esperti di sicurezza. Questi esperti potrebbero aver insegnato la loro arte marziale nel periodo di soggiorno ad Okinawa o aver assistito i giovani okinawensi che si recavano in Cina per apprendere la lingua cinese (e l’arte del combattimento). Uno di questi sapposhi aveva il nome di Wanshu (Wang Xiu in cinese). A tale riguardo è esemplificativo il caso di Norisato Nakaima (1850-1927), fondatore dello stile Ryuei-ryu. Questi, figlio di una nobile famiglia del distretto di Kume, fu destinato fin da piccolo a seguire i principi del Bunbu Ryodo (la filosofia dei sentieri gemelli del pennello e della spada, simbolo dell’equilibrio tra l’allenamento fisico e lo studio). All’età di nove anni fu inviato a Fuzhou per studiare letteratura e continuare a studiare le arti cinesi. Lì, da un amico della famiglia, addetto militare che aveva ispezionato Okinawa nel 1866 (dal 22 giugno al 18 novembre) in qualità di sottoposto del sapposhi Zhao Xin, fu introdotto alle arti marziali cinesi. Nel 1870 si dice che divenne uchideshi (allievo interno) di Ryuruko, col quale rimase 6 anni, fino a diventare un maestro riconosciuto.

La quarta teoria è l’invasione Satsuma, una delle più accreditate per spiegare la formazione del karate di Okinawa. Shimazu Yoshihisa (capo di sedicesima generazione del clan Satsuma di stanza nel Kyushu), aveva pianificato l’invasione di Okinawa per compensare le campagne fallite nella penisola coreana e le pesanti sconfitte subite ad opera di Tokugawa Ieyasu. La campagna contro il regno di Ryukyu iniziò nel 1609. A maggio venne conquistato il castello di Shuri ed il re Sho-nei si arrese. Il controllo Satsuma durò fino al 1879, anno in cui Sho Tai abdicò e Okinawa entrò ufficialmente a far parte dell’Impero Giapponese. Fu durante questa occupazione che le arti marziali subirono una evoluzione eclettica, adattando all’autodifesa anche gli strumenti di uso quotidiano. L’evoluzione del kobudo fu dovuta in gran parte anche a tale fenomeno. Durante l’ occupazione, alcuni pechin si recarono a Satsuma ad apprendere il Jigen-ryu, il particolare stile dei samurai di Satsuma, per poi tornare in patria e influenzare i sistemi indigeni di combattimento. Questa teoria acquista credito si se pensa che l’arte del bo-jitsu (il bastone di un metro e 80 cm.) non fece la comparsa ad Okinawa se non dopo il ritorno in patria di Sakugawa e di Tsuken Koura dal loro soggiorno a Satsuma. Una delle figure più importanti per lo sviluppo e la sistemazione di quello che poi sarà noto come karate okinawense è senza dubbio Sokon Matsumura. Anch’egli, oltre ad aver studiato le forme natie di Okinawa, ed aver viaggiato in Cina, sembra che divenne un maestro di Jigen-Ryu (passione che trasmise anche ai suoi allievi, in particolare Azato). Con tutta probabilità è stato Matsumura ad elaborare tutte le sue esperienze e a fonderle in quello che poi sarà noto come shuri-te. È chiaro dunque che l’influenza Satsuma sia stata significativa nello sviluppo dell’arte okinawense di difesa personale, anche se rimane ancora difficile spiegare nel dettaglio la specificità di questi influssi.

5. Da tode-jutsu a karate-do

Il karate (nell’accezione contemporanea di “mano nuda/vuota”, un’ambiguità semantica su cui torneremo) è l’arte marziale autoctona dell’isola di Okinawa. Come, quando, e dove il karate o le tecniche che lo compongono siano state elaborate, è una questione che rimane avvolta nel mistero e nella leggenda. In realtà, tecnicamente parlando, nella sua patria d’origine il karate, per tutto il corso del XIX secolo, non fu mai pronunciato o scritto karate (空手), ma molto più semplicemente Okinawa-te (pugno di Okinawa) o tode (唐手): l’ideogramma to può anche essere pronunciato kara, ossia ‘mano cinese’, sottolineando così gli intimi rapporti commerciali e culturali di Okinawa con la Cina), ed indicava un sistema di trasmissione marziale affidato alle famiglie di nobili o di uomini impiegati nell’entourage militare dei signori okinawensi, gli unici ad aver accesso al patrimonio delle tecniche guerriere. Un sistema di insegnamento, quindi, estremamente eterogeneo e vario, non riconducibile ad una radice comune anzi, al contrario, dipendente da tutta una serie di tradizioni diverse, innovazioni e contaminazioni personali. Il cuore del karate okinawense, e di tutte le arti marziali orientali, sono i kata, le forme prestabilite che, tramandate da maestro ad allievo, contengono le tecniche di lotta ereditate nel corso della storia. Tramandata in segreto da maestro ad allievo, la storia del karate di Okinawa diventa meno oscura solo nel corso del XIX quando appaiono alcune figure di maestri che influenzeranno in maniera determinante lo sviluppo e l’evoluzione del karate. Il più famoso è senz’altro Sokon Matsumura, guardia del corpo di vari re di Okinawa. La sua vita, pur con qualche incertezza nelle date, si estende per tutto il XIX secolo. Ebbe maestri cinesi per la lotta e giapponesi per la spada. Fu il sistematore del karate praticato nel suo villaggio natale, Shuri (allora capitale di Okinawa), per questo chiamato Shuri-te (‘pugno / tecnica di Shuri’). Ma nei villaggi circostanti venivano praticate altre forme di karate, caratterizzate da kata e concezioni strategiche ben diverse. Oltre allo Shuri-te di Matsumura, dunque, a Naha (il porto commerciale più importante diOkinawa, di cui oggi è capitale) veniva praticato il Naha-te (“pugno/tecnica di Naha”), profondamente influenzato dall’arte cinese sia nei movimenti che nella respirazione, e il Tomari-te (“pugno/tecnica di Tomari”), l’arte praticate nel villaggio di Tomari, situato a poca distanza da Shuri e Naha. Verso la fine del XIX secolo fu il maestro Itosu Anko (allievo, tra gli altri, di Matsumura Sokon) ad imprimere al karate quella svolta che lo avrebbe reso famoso in tutto il mondo.

Karate, è noto, vuol dire ‘mano nuda’. Il termine tradotto con ‘nudo’ (o ‘vuoto’) andrebbe inteso inoltre in un doppio senso: il primo ‘concreto’, qualificherebbe il karate come arte marziale praticata senza l’ausilio di armi; il secondo, più ‘filosofico’, qualificherebbe il fine ultimo della pratica del karate, ossia il raggiungimento della ‘illuminazione’ tramite la consapevolezza della vacuità della realtà. Tuttavia, pure nell’incertezza delle testimonianze scritte (e si ricordi che alcuni documenti preziosi sono andati distrutti durante l’occupazione americana dell’isola di Okinawa durante la Seconda Guerra Mondiale), ad Okinawa ciò che sarà conosciuto per tutto il mondo come ‘karate’ si chiamava semplicemente ‘te’ o ‘tode’, ossia “pugno” o “pugno cinese”.

  • mia intenzione dunque cercare di esemplificare quanto più chiaramente possibile il processo ideologico che ha condotto alcuni grandi maestri, Funakoshi sensei in primis, a stabilire la grafia attuale del termine karate (fondamentalmente nel periodo che va dal 1930 ai prodromi della Seconda Guerra Mondiale). Si ricordi che questa grafia non è che l’anello conclusivo di una serie di tentativi più o meno riusciti rivolti ad inquadrare un’arte non meglio specificamente identificata anche nella sua patria di origine, l’isola di Okinawa, ma che ormai era divenuta di dominio pubblico anche in Giappone.

Va subito detto che la storia dell’evoluzione del termine ‘karate’ si intreccia non solo con il processo di un necessario ripensamento estetico e pedagogico dell’arte, ma soprattutto con la necessità di un indispensabile allineamento nei confronti delle sempre più pressanti istanze nazionalistiche e politico-militari allora dominanti in Giappone.

Come per le biografie di quei maestri in attività all’incirca durante la metà del XIX secolo, e che hanno gettato le basi per il riassetto del ‘tode’ okinawense (tra gli altri Matsumura, Itosu, Higaonna e Azato, quest’ultimo in qualità di primo maestro di Funakoshi), anche per quanto riguarda la storia del termine karate ad Okinawa prima del 1900 dobbiamo avanzare ipotesi basandoci sui pochi ricordi orali di questi maestri tramandati sino ai nostri giorni grazie al ricordo degli allievi degli allievi… Obbligatorio è iniziare con quanto riferisce Funakoshi, maggiore responsabile, benché non unico, dell’innovazione nella grafia e nell’interpretazione del karate come ‘mano nuda/vuota’.

Funakoshi ci conferma almeno due cose: ad Okinawa, prima del XX secolo, non esisteva alcun documento scritto che riportasse il termine tode, motivo per cui non era ben chiaro se la parola karate fosse scritta con il kanji ‘Cina’ o con il kanji ‘vuoto’.

Ad Okinawa, i primi tre scritti in cui si parla di arti marziali, o che hanno una qualche relazione con il karate, sono:

il ‘rotolo di Matsumura’ (1882), dove si parla genericamente di ‘arte marziale’ (riproduzione in Nagamine 2002 p. 42);

  • uno scritto di Hanashiro Chomo (1905), su cui vedi infra, in cui per la prima volta compare il kanji ‘kara’;
  • le ‘dieci regole’ di Itosu (1908), in cui però troviamo ancora la denominazione tode).

Funakoshi ritiene probabile che all’inizio il kanji utilizzato fosse quello indicante la dinastia cinese Tang (618-907 d.C.), ma che allo stato attuale dello sviluppo e del perfezionamento del karate, ormai profondamente diverso dal quanfa cinese dal quale derivava, non vi era più alcun motivo di mantenere il collegamento con l’arte marziale cinese; Funakoshi stesso, seguendo la tradizione, nel primo libro da lui pubblicato in Giappone, Tode-jutsu (1922), scriveva karate con il kanji indicante la dinastia Tang.

Com’è noto, una delle insidie lingua Giapponese è l’omofonia delle parole, ossia kanji di significato differente si possono pronunciare con un identico suono. Per capire quale sia il significato corretto di una parola, un giapponese deve basarsi sul contesto della frase o vedere necessariamente il kanji in questione. Karate è un tipico esempio di questa ambiguità. Il secondo kanji del termine karate (vd. 手) non pone alcuna difficoltà: ‘te’ vuol dire ‘mano’; ma kara è più insidioso, infatti per lo stesso suono esistono almeno due kanji: uno che indica ‘nudo/vuoto’ (空), e che si pronuncia kong in Mandarino kara in Giapponese, ma può essere pronunciato anche‘aki’,‘ku’e‘sora’, ed unaltro (vd. 唐) che è invece il carattere cinese attribuito alla dinastia Tang, e per estensione quindi la Cina stessa, o comunque indicante qualcosa di proveniente dalla Cina (questo kanji può essere letto altresì tang, to o kara).

  1. maestri okinawensi chiamavano la loro arte semplicemente te o to-de (cosìHanashiro Chomo in McCarthy 1999 p. 60)o bushi no te,‘mano diguerriero’ (Funakoshi 1987 p. 46), mentre Chojun Miyagi, fondatore del Goju-ryu, era convinto del fatto tode fosse una denominazione casuale: quando gli allievi si presentavano per essere istruiti chiedevano di apprendere semplicemente il te (McCarthy 1999 p. 61); Gusukuma Shinpan, insegnante presso le scuole superiori, segnalò invece l’insofferenza dei giovani per il termine tode (probabilmente per via del crescente nazionalismo filonipponico e anticinese), per cui preferiva chiamare la sua arte kenpo: era però d’accordo sulla scelta ‘karate-do’ coi kanji che poi diverranno famosi in tutto il mondo (sul meeting del 1936. vd. infra).

Se è vero dunque che, grosso modo, il karate è il frutto dell’evoluzione di un’arte autoctona okinawense unitamente agli importantissimi influssi delle arti marziali cinesi, è pressoché certo che con karate non si potesse intendere altro che ‘mano cinese’.

Allo stato attuale delle nostre conoscenze, il primo ad utilizzare il kanji giapponese ‘vuoto/nudo’ in uno scritto sul karate (forse il primo scritto specifico in assoluto) fu Hanashiro Chomo, in uno scritto del 1905 intitolato Karate Shoshu Hen. Hanashiro Chomo era stato, insieme al celebre Kentsu Yabu, unodegli eroi di Okinawa nella guerra contro la Cina. Hanashiro era stato uno dei pochi okinawensi ad essere arruolato nelle truppe okinawensi, e poteva essere stato quindi influenzato dall’ideologia militare fortemente nazionalistica che mirava a screditare e svalutare tutto ciò che era cinese. Ma si trattava probabilmente di un caso isolato (forse di un primo tentativo di svecchiamento), che non ebbe alcun seguito, poiché i maestri più anziani non erano partiti per la guerra, e la Cina continuava per loro ad essere un modello culturale, benché ormai Okinawa fosse divenuta una provincia Giapponese. D ’altra parte, benché Azato ed Itosu fossero dichiaratamente filogiapponesi, Itosu, il cui manoscritto è conservato e risale al 1908 (era quindi sicuramente a conoscenza dello scritto del suo allievo Hanashiro Chomo), scrive ancora ‘karate’ con i kanji indicanti la ‘mano cinese’.

Le cose dovettero tuttavia cambiare, dovevano anzi già essere cambiate di molto, quando Funakoshi fu invitato dal maestro Jigoro Kano in Giappone a diffondere la sua arte. L’insegnamento del karate, nonostante l’arretratezza propedeutica e metodologica rispetto ad altre arte marziali quali il judo e il kendo, ormai già popolari e utilizzate a fini militari anche in tornei organizzati, suscitò un notevole interesse. Si impose allora per Funakoshi il problema della nomenclatura, non solo del termine karate (che sapeva troppo di Cina e non poteva essere culturalmente accettato dal nazionalistico Giappone) ma anche dei nomi dei kata foneticamente troppo cinesi. Funakoshi giustamente notava come il karate praticato nella sua gioventù era già qualcosa di profondamente diverso dal kung fu dal quale derivava. Inoltre la semplificazione avvenuta in Giappone per esigenze didattiche, giustificò la ricerca di una terminologia alternativa. Tuttavia il processo di giapponesizzazione non fu immediato. Nel 1922 Funakoshi pubblicò un libro intitolato Ryukyu kenpo karate, seguito nel 1924 da un’altra pubblicazione intitolata Goshin karate jutsu (‘l’arte del karate: rafforzamento energetico ed autodifesa’), ma gli ideogrammi sono ancora quelli che indicano la Cina. Quando ormai il karate era stato introdotto all’interno delle Università giapponesi, Funakoshi propose la seguente denominazione: Nippon Kenpo karate-do, ossia‘la via del Grande Metodo di pugilato giapponese a maninude’ utilizzando finalmente l’ideogramma ‘nudo/vuoto’. I Giapponesi potevano essere soddisfatti. Non solo le origini cinesi, ma anche quelle okinawensi, comunque troppo ‘paesane’ per i sofisticati nipponici, erano state cancellate. Ad Okinawa, invece, i maestri più oltranzisti non furono soddisfatti di questa scelta, in primo luogo perché ad Okinawa l’uso delle armi non era affatto estraneo al karate, anzi i due insegnamenti andavano di pari passo. La dizione ‘mani nude’ quindi non rendeva ragione alla vera essenza karate okinawense. I più illuminati, tuttavia, soprattutto quelli che avevano già visitato il Giappone e avevano iniziato ad insegnarvi la loro arte, concordarono in pieno con la coraggiosa scelta di Funakoshi e soprattutto con le istanze nazionalistiche che sottostavano a questa scelta: Funakoshi non aveva innovato di propria scelta, ma aveva seguito i suggerimenti che gli erano giunti dalle alte sfere delle arti marziali nipponiche, rappresentanti del Butokukai di Tokio.

In McCarthy 1999 vi è la trascrizione inglese del meeting del 1936 fra i più importanti maestri di Okinawa proprio riguardo la necessità di adottare la grafia karate-do “via della mano nuda”. I più illustri maestri dell’epoca, Miyagi Chojun, Kyan Chotoku, Chomo Hanashiro,  Yabu Kentsu, Shiroma Shimpan, Motobu Choki, Chibana Chosin, concordarono sulla necessità del cambiamento. Per raggiungere la popolarità ed allargare la conoscenza del karate nella madre patria giapponese, il cambiamento era necessario, i tempi lo imponevano: la guerra con la Cina era stata già archiviata, ma gli scenari internazionali erano torbidi, la Seconda Guerra Mondiale sarebbe scoppiata di lì a poco, e al Giappone serviva una arte marziale efficace e completamente integrata nel suo sistema ideologico.

Il karate era ormai divenuto ‘mano nuda/vuota’. Funakoshi però non era uno sprovveduto, era anzi un intellettuale di stampo confuciano ben consapevole dei doveri dell’uomo verso la società. Aveva avuto la fortuna, a suo tempo, di studiare coi più grandi maestri della sua epoca, che gli avevano insegnato come il karate non fosse solo una forma di ‘jutsu’ di tecnica pura e semplice, quanto piuttosto una sorta di ‘do’, confucianemente intesa come via per il miglioramento di se stessi e della società in cui si vive. Funakoshi, anch’egli esperto conoscitore dei classici confuciani, lo sapeva bene e per meglio giustificare la sua operazione culturale, attirò l’attenzione su alcune scritture del buddismo zen dove compariva proprio il termine kara ‘vuoto’, indicando il percorso dallo studente zen che mira a liberarsi dalle sovrastrutture ideologiche e mentali per raggiungere alla fine il vuoto, o assenza di pulsioni. Per la precisione Funakoshi fu ispirato dal Prajñāpāramitā Hṛdaya, è un sūtra Mahāyāna del gruppo della Prajñāpāramitā, molto conosciuto e diffuso nei paesi di tradizione mahāyāna per la sua brevità e densità di significato.

Si ritiene che il Sūtra del Cuore sia stato composto intorno al I secolo d.C. nell’Impero Kushan. La piu antica menzione di una versione cinese risale al 200-250 d.C. Fu tradotto ancora in cinese da Kumārajīva (344-413) intorno al 400 d.C. È stata avanzata la tesi che tale sūtra sia un apocrifo cinese basato sulla sintesi di un più ampio Prajnāpāramitā sūtra di origine indiana, successivamente introdotto in India dal pellegrino cinese Xuanzang (玄 奘, 602-664) e lì tradotto in sanscrito. Il testo consiste di soli quattordici śloka (versi) nella versione in sanscrito e 260 caratteri nella versione cinese più diffusa. L’argomento del sūtra è la formulazione la dottrina della “vacuità” (o letteralmente: “vuotezza”, sanscrito śūnyatā) ovvero la insostanzialità (o non esistenza intrinseca) di tutti i fenomeni. I dharma, resi in italiano come “fenomeni” comprendono sia gli oggetti dei sensi, che rientrano nel mondo fenomenico della filosofia occidentale, ma anche gli oggetti del pensiero (intendendo la mente come organo di senso) e, per questo, il campo coperto dal concetto di “dharma” è molto più ampio. La vacuità dei fenomeni è intesa sia per il fatto che essi sono privi di realtà intrinseca sia per il fatto di essere condizionati da altro da sé. Il sūtra si apre con l’esperienza della “visione profonda” ottenuta dal bodhisattva della compassione Avalokiteśvara. La visione profonda rivela l’insostanzialità (śūnyatā) dei cinque skandha (elementi): forma (o materia, rūpa), sensazione (vedanā), percezione (saṁjnā), discriminazione (aggregati o costruttimentali, samskārā), e coscienza (vijnāna); cioè tutte le parti in cui tradizionalmente e articolata, secondo la filosofia buddhista, la realtà fisica e psichica. Avalokiteśvara si rivolge a Śariputra rivelando che: “Forma è vuoto, vuoto è forma e così per i restanti quattro skandha”. Questa frase è tradotta da Kumārajīva con i seguenti sinogrammi 色不異不異色; 色即是即是色 e tradotta in italiano suona“La forma non è diversa dal vuoto, il vuoto non è diverso dalla forma, la forma è proprio tale vuoto, il vuoto è proprio tale forma”. La versione di Xuanzang è 色不離不離色, 色即是即是色,是色彼,是彼色 che a sua volta può essere resa come: “La forma non è distinta dal vuoto, il vuoto non è distinto dalla forma; la forma è proprio tale vuoto, il vuoto è proprio tale forma; se questa è la forma tale è il vuoto, se questo è il vuoto tale e la forma”.

Il kanji che indica ‘vuoto’ (in neretto nei testi cinesi citati) sarà quello che Funakoshi adotterà per il termine karate.

Funakoshi riuscì ad ottenere l’approvazione (anche se non senza alcune riserve) dei suoi connazionali motivando la sua scelta anche con l’introduzione del concetto filosofico di kara come ‘vacuità’. Eppure il karate okinawense, almeno quello più antico, non aveva niente a che vedere né col buddismo né con lo zen, filosofie quel tempo non erano molto seguite ad Okinawa (e cfr. senz’altro l’introduzione della lettera di Itosu Anko indirizzata al Ministero dell’Educazione e al Mnistero della Guerra, datata 1908, che recita: “il tode non deriva né dal Buddismo né dal Confucianesimo”), e in effetti Funakoshi non insistette troppo su astrazioni filosofiche da monastero, quasi ‘iniziatiche’ che se pur non gli erano estranee, certo non erano calate nella realtà della vita quotidiana. Per Funakoshi, uomo concreto, la ‘vacuità’ era anche un arma: «lo studente di karate-do deve rendere la mente vuota di personalismo o cattiveria, nello sforzo di reagire in maniera opportuna a qualunque cosa possa trovarsi davanti». Inoltre la tendenza volta a trasformare jutsu a do (o meglio a shugyo: un concetto indicante un’austera disciplina per il miglioramento fisico e spirituale dell’uomo), era in nuce già praticata dai maestri della generazione precedente quella di Funakoshi,soprattutto da Itosu, Azato e Higaonna.

Nel 1935 Funakoshi scrive il suo testo più importante Karate-do Kyohan, ‘L’insegnamento del karate-do’. I kanji utilizzati sono ormai quelli che indicano la “mano vuota”. Il karate okinawense rimarrà ancora a lungo confinato in patria, mentre quello di Funakoshi, lo Shito-ryu di Mabuni, il Wado-ryu di Otsuka (l’unico giapponese tra i fondatori e ironia del destino sarà anche l’unico a mantenere i nomi originali cinesi dei kata!), il Goju-ryu di Miyagi, faranno il giro del mondo e faranno conoscere il karate giapponese, la mano nuda/vuota’.

6. I principali stili del karate di Okinawa

Premesso che il concetto di “stile” di karate è una innovazione moderna rispetto al tode okinawense del XIX secolo, la lista che si propone qui di seguito non ha pretese di esaustività e si limiterà a segnalare gli stili derivati dai nomi più noti e leggendari dei grandi maestri okinawensi. Bisogna ricordare, inoltre, che il karate okinawense si “divide”, ma spesso confondendosi, in tre filoni principali: Shuri-te, Tomari-te e Naha-te, dai nomi dei villaggi in cui queste arti erano maggiormente sviluppate.

6.1 Stili derivati dallo Shuri-te e dal Tomari-te e globalmente definiti Shorin-ryu.

Shuri, Tomari e Naha sono i tre villaggi, vicinissimi tra loro e oggi fusi nell’attuale città di Naha, capitale della prefettura di Okinawa, in cui è nato il karate. Shuri-te, Tomari-te e Naha-te sono il tentativo scolastico di semplificare le diversità del karate praticato ad Okinawa mettendone in risalto le caratteristiche peculiari che i maestri residenti in questi villaggi avevano sviluppato. Si tratta di una classificazione, per così dire, moderna: risalirebbe infatti al 1927, data in cui il maestro Jigoro Kano, fondatore dello judo, visitò Okinawa. Per questo importante maestro vennero allestite molte celebrazioni di benvenuto, e fra queste delle dimostrazioni di tode. Gima Shinkin racconta che nelle due precedenti visite di Kano ad Okinawa (1922 e 1926 anche se Kano aveva avuto modo di conoscere e apprezzare l’arte di Funakoshi in Giappone), il maestro non aveva mai assistito a dimostrazioni di tode, almeno di matrice diversa da quella di Funakoshi, e così il maestro Mabuni e il maestro Miyagi si occuparono dell’organizzazione. Lo sforzo fu quello di trovare una terminologia attualizzata che riducesse al minimo le ascendenze cinesi del tode, motivo per cui si decise di sottolineare le differenze tra le varie tipologie di tode allora praticate coi nomi dei villaggi da cui provenivano i maestri praticanti. L’utilizzo dei kanji utilizzati da Hanashiro Chomo nel 1905, non vennero tenuti allora in considerazione.

L’elenco seguente comprende solo le scuole più importanti e meglio conosciute, trattandone la storia solo per linee essenziali (per gli approfondimenti è possibile consultare la bibliografia).

SOKON MATSUMURA (1809-1902)

Nell’incerta leggenda che circonda le origini di quello che diverrà il karate moderno, una figura dai contorni storici meglio definiti è quella di Matsumura Sokon. Di fatto, la prima vera scuola di Karate si può far risalire a questo maestro. Matsumura sarebbe stato il primo ad organizzare in un sistema razionale e coerente le arti marziali apprese nella natia Okinawa e in Cina, e a trasmetterle ad un gruppo nutrito di allievi dalle caratteristiche spirituali e fisiche eccezionali: saranno loro, a vario livello, i veri padri del karate moderno di area shorin. Ciò che oggi viene chiamato Shuri-te risale esplicitamente alla sua arte, e il suo influsso nel karate di area Tomari è accertato. La data di nascita, 1809, è stata fissata da Nagamine Shoshin, I grandi maestri di Okinawa, Edizioni Mediterranee 2002, p. 48. La data di morte si può ricavare grazie alla testimonianze incrociate di Katsuya Miyahira del Kobayashiryu e di Funakoshi Gichin, i quali sostengono entrambi che Matsumura fosse morto intorno ai 92-93 anni, quindi nel 1901/2 (approfondimento bio-bibliografico in Comparelli-De Luca, Karate Wadoryu vol. 1 Kata, Edizioni Mediterranee 2014 pp. 224-227). Secondo la leggenda, Matsumura avrebbe ricevuto l’insegnamento del vecchio Sakugawa (cfr. Richard Kim, The Weaponless Warriors, Ohara Publications 1974, p. 32 per la suggestiva presentazione del giovanissimo Matsumura all’anziano maestro settantottenne). Sulla vita di Matsumura siamo relativamente informati, anche se la sua reale vicenda biografica si è confusa per sempre in più punti con la leggenda della sua vita. Nacque da una famiglia nobile di Okinawa, e a vent’anni fu nominato guardia del Principe al Palazzo di Shuri, avvenimento da cui si può dedurre come il suo livello di abilità doveva essere già ragguardevole. Grazie alle insistenze di un magistrato di Satsuma, Matsumura ottenne il permesso normalmente precluso agli okinawensi, di allenarsi nella scuola di spada Jigenryu (probabilmente sotto il noto maestro Ishuin Yashichiro, cfr. Nagamine Shoshin, I grandi maestri di Okinawa, ed. cit. p. 41). Nel 1832 venne inviato nella signoria di Satsuma per una missione diplomatica: in quell’occasione perfezionò la sua tecnica nello stile Jigenryu. Al 1836 risale il primo viaggio di Matsumura a Pechino, insieme al gruppo di ambasciatori che portava il tributo inviato dal re di Okinawa all’Imperatore cinese. Durante la permanenza che durò circa 15 mesi, Matsumura probabilmente apprese i principi della scuola cinese del nord da un maestro cinese di nome Iwah. Ritornato ad Okinawa nel 1837, Matsumura riprese il suo posto di guardia imperiale, che mantenne sotto i tre re successivi, e continuò il suo allenamento con maestri cinesi lì residenti, nonché il perfezionamento di tecniche autoctone okinawensi. Sugli aneddoti, sia divertenti sia istruttivi, che circondano la vita di Matsumura rimando a Comparelli-De Luca, cit. pp. 224-227. L’episodio più famoso della vita di Matsumura è senza dubbio il duello con Uehara, che dovrebbe svolgersi intorno al 1880: Matsumura doveva avere intorno ai settantanni, e Funakoshi ammette, nel riportarlo, che già ai suoi tempi aveva assunto i colori della leggenda. Matsumura, che all’epoca aveva deciso di non voler più né insegnare né praticare le arti marziali, venne sfidato da un giovane incisore di nome Uehara. I due si incontrarono all’alba: Matsumura fronteggiò l’avversario ponendosi in posizione naturale (hidari shizentai) con il mento coperto dalla spalla sinistra. Fatto sta che l’incisore tentò varie volte di attaccare Matsumura, ma ogni volta si sentì come respinto da una energia segreta, fino a quando Matsumura emise un terribile kiai che fece comprendere all’incisore di aver definitivamente perso il duello. È interessante notare come tale episodio rientri in una lunga serie aneddotica, ben rappresentata in Giappone, sulle virtù quasi miracolose del kiai come arma di battaglia (e cfr., in tal senso, quanto riportato in O. Ratti-A. Westbrock, I segreti dei samurai, Edizioni Mediterranee 1996, pp. 390-394). Pare comunque che Matsumura pronunciò, più o meno, le seguenti parole (riportate sia in Funakoshi, Karate-do, il mio stile di vita, ed. cit. p. 41 sia in Funakoshi, Karate-do Nyumon, Edizioni Mediterranee 1999, p. 111, con qualche piccola variante): “Oggi sono un uomo più saggio di quanto fossi ieri. Sono un essere umano, ed un essere umano è una creatura vulnerabile, che non può assolutamente essere perfetta. Dopo la morte, ritorna agli elementi, alla terra, all’acqua, al fuoco, al vento, all’aria. La materia è vuota. Tutto è vanità. Noi siamo come fili d’erba o alberi della foresta, creature dell’universo, dello spirito dell’universo, e lo spirito dell’universo non ha né vita né morte. La vanità è il solo ostacolo alla vita”. Un discorso che Funakoshi potrebbe aver inventato a bella posta per giustificare anche la sua decisione di mutare gli ideogrammi che componevano la grafia della parola Karate da ‘mano cinese’ a ‘mano vuota’. Il riferimento buddista di Matsumura alla ‘vanità del tutto’ e al ‘vuoto della materia’, ricorda infatti alcune espressioni delle scritture buddiste che Funakoshi stesso adduce in vari luoghi delle sue opere a motivazione della sua storica scelta, ossia shiki-soku-zeku o ku-soku-zeshiki che vogliono dire ‘tutto è vuoto’, ‘tutto è vanità’, dove ku può essere anche pronunciato kara. In maniera leggermente diversa la conclusione secondo Richard Kim, The Weaponless Warrior, ed. cit. p. 43, per cui Matsumura avrebbe detto: ‘volevi davverovincere… già assaporavi la vittoria: questo era il tuo solo pensiero, e io ti ho sconfitto’. Il detto sembra riecheggiare il dodicesimo dei venti famosissimi principi dettati da Funakoshi Gichin: “non pensare a vincere, pensa piuttosto a non perdere”: cito dall’ultima edizione italiana a cura e con traduzione di Bruno Ballardini, ossia Funakoshi Gichin, I venti principi del Karate. L’eredità spirituale del maestro, Edizioni Mediterranee 2010, pp. 69-73. Al di là di queste notizia ammantate dalla leggenda, è stato Matsumura a lasciarci il primo documento scritto sulle arti marziali okinawensi. Il documento infatti, datato 13 maggio del 1882 circa, non contiene né la parola tode né tanto meno la parola Karate, ma descrive genericamente le qualità che un praticante di bujutsu o wushu (武術) dovrebbe possedere. Si tratta di un rotolo (makimono) in cui sono state vergate le prime istruzioni che ogni autentico guerriero deve seguire. Per esaminare la scrittura di questo rotolo, Nagamine sensei interpellò Jahana Unseki, ultimo grande maestro di calligrafia di Okinawa: per questo esperto, dunque, la scrittura di Matsumura, vergata a pennello e inchiostro di china, risultava ‘solenne’ e ‘magnifica’ (cfr. Nagamine, I grandi maestri di Okinawa, ed. cit. p. 43). Matsumura consegnò questo rotolo a Ryosei Kuwae, uno dei suoi ultimi allievi importanti, e i suoi discendenti lo hanno conservato come una reliquia. Dopo la guerra, Nagamine seppe che Kuwae Ryokei, il primo figlio di Kuwae Ryosei, era tornato ad Okinawa da Taiwan. Nagamine andò trovare il signor Kuwae nel 1951: questi non solo permise a Nagamine di esaminare il rotolo, ma anche di fotografarlo (riproduzione in Nagamine, I grandi maestri di Okinawa, ed. cit. p. 42, in cui si può leggere anche la traduzione italiana).

ITOSU ANKO (1831/2-1915)

La seguente biografia sintetizza Comparelli-De Luca 2014 pp. 219-223, cui si rimanda anche per la bibliografia relativa.

Alcune leggere oscillazioni sulle date di nascita (Shuri 1831/32- marzo 1915) non inficiano i molti dati e le altrettante testimonianze autorevoli che si hanno sul vero padre del karate moderno, il grande innovatore e pedagogo Itosu Anko. Nato da una famiglia di nobili funzionari nel villaggio di Yamakawa, apparteneva al rango degli shizoku (come anche Funakoshi, del resto). Fin da subito, nonostante una malattia allo stomaco che aveva minato la sua salute di bambino, si dimostrò appassionato di arti marziali. Non è noto chi sia stato il suo primo maestro, fatto sta che intorno ai quindici anni divenne allievo del maestro più illustre di quel periodo, Matsumura, anche su tra i due il rapporto non fu affatto roseo. Matsumura non sarebbe stato entusiasta dell’allenamento di Itosu, troppo basato sull’irrobustimento del corpo: ne plaudiva la tenacia, ma ne biasimava la lentezza nei movimenti; Itosu avrebbe allora lasciato Matsumura per allenarsi con Nagahama di Naha, anch’egli fautore del rafforzamento estremo del corpo. In un punto di morte, però, il maestro Nagahama avrebbe confidato ad Itosu di non considerare più corretto quel tipo di allenamento, consigliandogli di tornare ad allenarsi da Matsumura e continuare a studiare con lui per migliorare qualità come la velocità, la flessibilità del corpo e la scioltezza dei movimenti. Le incomprensioni tra i due però proseguirono e Chibana Chosin, discepolo di Itosu, testimonia questo ammonimento di Matsumura rivolto proprio ad Itosu: “col tuo pugno puoi abbattere ogni cosa, ma non puoi arrivare a colpirmi”. Anche a livello tecnico le idee tra i due erano differenti: un giorno Motobu Choki si recò da Matsumura per chiedere delucidazioni sulla posizione di gambe del kata Naihanchi, che Itosu praticava con le punte dei piedi rivolte verso l’interno. Matsumura disse a Motobu che questa era un’innovazione di Itosu, che lui non condivideva e che anzi considerava dannosa. Sempre Yabu ci dice che sebbene l’abilità di Matsumura fosse ineguagliabile, geniale, anche Itosu, non cosi dotato, riuscì comunque a diventare un maestro indiscusso grazie alla sua incredibile perseveranza nell’allenamento. In effetti, afferma sempre Yabu, semplificando le tipologie di karate, esistono lo Shorin-ryu e lo Shorei-ryu: lo Shorin-ryu è più adatto alle persone alte, e si caratterizza per la velocità dei movimenti e degli spostamenti; lo Shorei-ryu si addice maggiormente alle persone di media altezza, e il suo obiettivo è il potenziamento di tutto il corpo. Lo Shorin-ryu è più veloce, lo Shorei-ryu più lento, ma entrambe queste tipologie hanno i loro pregi e i loro difetti. Itosu, nonostante fosse principalmente un allievo di Matsumura, era fisicamente un tipo shorei, mentre Matsumura, come uno dei suoi migliori allievi, Azato Anko (tra l’altro grande amico di Itosu e primo e principale maestro di Funakoshi Gichin), erano senz’altro ‘tipi’ Shorin. I maestri riconosciuti di Itosu, oltre ad illustri rappresentanti del karate di area Shuri-te e Naha-te, includono anche rappresentanti del karate di area Tomari: si citano in tal senso, tra i maestri di Itosu, anche Matsumora Kosaku o, più probabilmente, un suo allievo chiamato Gusukuma. Fisicamente Itosu era più basso del suo amico Azato, ma era naturalmente dotato di una forza fisica straordinaria, e fu proprio questa qualità ad essere maggiormente enfatizzata nella sua visione di lotta (bisogna ricordare che a quei tempi la tecnica doveva cambiare in base alle caratteristiche fisiche della persona, e non viceversa). A Funakoshi, che conobbe Itosu grazie all’interessamento di Azato, rimase per sempre impressa la sua famosa e leggendaria stretta di mano, e ce ne riporta alcuni divertenti aneddoti. Ma, soprattutto, Itosu aveva a cuore, cosi come poi anche Funakoshi, i problemi dell’educazione nell’ambiente scolastico, ed è proprio quest’ultima caratteristica a rendere Itosu una figura assolutamente di spicco nel quadro dell’evoluzione storica del karate. Nel 1901, Itosu riesce a convincere l’Ispettore Provinciale dell’Istruzione Pubblica ad adottare una versione modificata di karate per l’educazione fisica. Dopo la vittoria con la Russia nel 1905, alcuni discepoli di Itosu, tra i pochissimi arruolati nell’esercito giapponese, ritornano vincitori e in patria e il karate viene accolto come disciplina di educazione fisica, con l’idea che lo studio di questa disciplina avrebbe contribuito ad aumentare la spirito combattivo delle nuove generazioni. La personalità di Itosu è affascinante, la sua vita è piena di aneddoti che per noi sono della massima importanza. Itosu, che era un vero maesto, era in grado di intuire con certezza quando fosse il caso di combattere e quando invece fosse il caso di lasciar perdere (non per viltà ovviamente, ma per la pochezza dell’avversario e per il non essere in pericolo la vita o in discussione l’onore). Se gli esempi finora riportati ci mostrano un Itosu tranquillo e superiore spiritualmente ai suoi sfidanti, altri racconti ce lo mostrano invece all’opera. È sempre Funakoshi a parlare e a farci rivivere quei giorni e cfr. Funakoshi Gichin, Karate-do il mio stile di vita, ed. cit. p. 32: “Ricordo un incidente ben noto, quando Itosu fu assalito da un gruppo di giovani teppisti, ma in breve i giovinastri si trovarono tutti a giacere sulla strada privi di conoscenza. Un testimone oculare, vedendo che Itosu non era in pericolo, si precipitò a riferire l’incidente ad Azato. Interrompendo il resoconto, Azato disse: “E i furfanti, naturalmente, giacevano tutti privi di conoscenza, con le facce riverse, non è vero?”. Molto sorpreso, il testimone ammise che era vero, ma si chiedeva come Azato avesse potuto saperlo. “Molto semplice”, replicò il maestro, “Nessun esperto di karate sarebbe stato tanto codardo da attaccare alle spalle. E se qualcuno che non conosce il karate attaccasse di fronte, finirebbe dritto sulla schiena. Ma io conosco Itosu; i suoi pugni si saranno abbattuti sulle facce dei suoi assalitori. Sarei proprio sorpreso se qualcuno di essi l’avesse scampata”. Funakoshi non verrà mai meno al debito di riconoscenza verso tutti i suoi maestri, ma Azato e Itosu saranno quelli che maggiormente determineranno la sua vita. Furono come dei secondi padri, tanto che Funakoshi era solito portare i suoi figli a casa dei due maestri, i quali eseguivano per loro dei kata per bambini (forse i Pinan?), e poi i bambini li ripetevano. Come compenso, i maestri regalavano dolci di ogni tipo, che Funakoshi non poteva permettersi (il massimo era una patata dolce di quando in quando, confessa amaramente Funakoshi). Cresciuti, i figli di Funakoshi continuarono a far visita ad Azato ed Itosu, proprio come faceva Funakoshi quando era ragazzo. Fu cosi che due generazioni poterono giovarsi dell’insegnamento di questi due grandi maestri. Va comunque sottolineato che probabilmente i ricordi di Funakoshi sono già abbagliati dal mito di questo maestro e dal profondo senso di gratitudine che Funakoshi nutriva nei suoi confronti. Altri illustri storici del Karate non conoscono invece quelle che potrebbero essere definite “imprese di gioventù” di Itosu. Nagamine sa, al contrario, che Itosu non avrebbe mai avuto bisogno di combattere, fatto che lo renderebbe un vero maestro di Karate tanto da meritargli il titolo onorifico di kensei, ossia “pugno santo”; Yabu, che pure lo conosceva altrettanto bene di Funakoshi, e forse meglio, è a conoscenza di alcuni aneddoti riguardanti Itosu, ma confessa di non averne mai avuto diretta esperienza, né di averne mai sentito parlare Itosu stesso. Probabilmente Yabu intende dire che le leggende circolanti la giovinezza di Itosu sono solo leggende. La vecchiaia di Itosu fu segnata anche dalla povertà, cosa che probabilmente contribuì a minare la sua salute. Lo stipendio mensile di Itosu era di solo 5 yen, e una volta Yabu lo sentì lamentarsi in questa maniera: “Non ho mai pensato a far soldi durante la giovinezza, ma ora capisco che è stato un errore. La povertà e una cosa terribile per un essere umano”. Probabilmente Itosu non pensò mai di mettere da parte soldi per via del suo carattere altruistico. Ebbe un figlio che pero morì giovane. Questo figlio doveva essere nato intorno al 1865, quindi un contemporaneo di Funakoshi, cosa che forse contribuì inconsciamente a cementare lo stretto legame maestro-allievo che subito si instaurò tra Funakoshi e Itosu.

ANKO AZATO (1827/8-1906))

La seguente biografia sintetizza Comparelli-De Luca 2014 pp. 232-236, cui si rimanda anche per la bibliografia relativa.

Di questo importante maestro di Karate, amico intimo di Itosu, sappiamo solo quello che di lui ci racconta quello che sembra essere stato, se non l’unico, il suo allievo più illustre: Funakoshi Gichin. Sulla data di nascita e morte c’è generale accordo tra gli studiosi: 1827/28-1906. Tutte queste date sono confermate dall’affermazione di Funakoshi Gichin, che in vari luoghi delle sue opere ci conferma che Azato era contemporaneo di Itosu e visse circa 80 anni. Era un nobile di classe shizoku (la classe sociale che sostituì quella dei samurai dopo la restaurazione Meiji) ed era inoltre tonochi, ossia un proprietario terriero, e suo dominio era il villaggio omonimo situato tra Shuri e Naha. La famiglia Azato era così aristocratica da essere considerata non come vassalla del Re di Okinawa, ma piuttosto come una famiglia di pari grado e prestigio. Governava i suoi possedimenti in maniera severa ma giusta, e Funakoshi ci ha tramandato un aneddoto sul sistema ‘etico-amministrativo’ di Azato, e cfr. Patrick McCarthy, Gichin Funakoshi Tanpenshu, ed. cit. pp. 47-48 (che traduco di seguito per comodità):

All’epoca di Azato c’era un gruppo di spavaldi giovanotti nel suo villaggio con poco o nessun senso della morale. Spesso si mettevano in mostra, e talvolta prendevano di mira deboli o inermi passanti durante la notte. Motivo per cui il villaggio di Azato si era guadagnata una pessima reputazione per quella violenza immotivata . Una volta venuto a conoscenza di questa situazione , Azato sensei decise di risolvere il problema e progettò un piano. Si cambiò d’abito per sembrare un contadino e si mise a passeggiare per il paese a tarda notte . Una volta entrato nel villaggio, dopo non molto tempo venne attaccato da una persona senza preavviso o provocazione . Senza alcuna intenzione di ferire mortalmente l’uomo , il sensei lo lasciò a terra con un solo colpo alla testa . La mattina seguente il sensei chiese al capo villaggio di radunare rapidamente tutti nel centro del paese . Incuriositi, tutti si riunirono per vedere di che cosa si trattasse. Tutti si presentarono, tranne un giovane. Il sensei chiese perché il giovane non fosse presente , e gli fu detto che era malato . Supponendo che il malato fosse il colpevole, il sensei mandò il suo palanchino privato prenderlo . Ben presto il giovane con una benda fresca sul suo volto arrivò col palanchino . Di fronte a tutti gli abitanti del villaggio, il Maestro gli chiese cosa fosse successo. Incapace di alzare la testa dal dolore , l’uomo mormorò: “Ero ubriaco la notte scorsa e sono caduto nel fosso” . Indignato, il sensei gridò alragazzo: “Non mentire a me ragazzo , ora dimmi la verità”. Infine , il giovane confessò l’assalto contro Azato e chiese perdono .Il sensei disse a tutti gli abitanti del villaggio che , nel tentativo di liberare il quartiere della sua terribile reputazione ,era andato in cerca della banda di teppisti ed era stato attaccato da l’uomo in questione . “Sono stato io” , disse il sensei all’uomo . “Sono stato io quello che ti ha colpito lasciandoti privo di sensi la notte scorsa” . Dopo la lezione di Azato nel villaggio, da quel giorno il quartiere divenne di nuovo al sicuro e si poté viaggiare anche di notte e, infine, riacquistò la sua reputazione di zona sicura e tranquilla (t.d.a.).

e con qualche variante di poco conto in Funakoshi Gichin, Karate-do Nyumon ed. cit. pp. 103-104

Di notte, dei mascalzoni erano soliti attaccare i passanti ferendoli gravemente. Dal momento che non si riusciva a catturarli, Azato decise di indossare abiti umili e di girare di notte per le strade dei suoi possedimenti. All’improvviso venne affrontato da un giovane, ma Azato lo stese immediatamente colpendolo alla testa. La mattina seguente convocò tutti i paesani, e si accorse che mancava una sola persona. “Dov’è Kinjo Jiro?”, chiese Azato. “È malato”, risposero i contadini. “Bene, manderò la mia lettiga a prenderlo”. Così avvenne e il malato si presentò al cospetto di Azato con la testa fasciata. “Cosa ti è successo?”, chiese Azato, “Ieri sera ero ubriaco e sono caduto”, fu la risposta di Jiro. “Sei proprio sicuro? Dimmi la verità”, incalzò Azato. Schiacciato dallo sguardo di Azato, Jiro confessò il misfatto, e Azato si rivelò come il viandante che aveva messo fuori combattimento Jiro. Da quel giorno cessarono le scorrerie”.

Azato era esperto nei classici confuciani (aveva studiato tra l’altro alla National School, dove essendo studente modello usufruì di varie borse di studio) e poeta lui stesso: si firmava con lo pseudonimo di Rinkakusai 麟角斎 (straordinario e puro). Funakoshi ebbe modo di avvicinare questo illustre maestro grazie alla conoscenza del figlio di Azato (di cui era compagno di scuola). Senza le preziose informazioni di Funakoshi, probabilmente la memoria di questo grande maestro oggi sarebbe pressoché scomparsa. Come Matsumura, anche Azato era un maestro riconosciuto di spada stile Jigenryu, che aveva appreso dal famoso maestro giapponese Ishuin Yashichiro (lo stesso maestro di Matsumura). La spada era la vera passione di Azato e pur non essendo uno spaccone, era solito ripetere a Funakoshi: “Dubito molto che perderei con chiunque in questo paese se giungessimo ad un duello a morte”, oppure “sono pronto a combattere in ogni momento, se l’avversario è abile”. Particolarmente versato Azato lo era anche nella cavalleria, che aveva imparato dal maestro Megata. Aveva deciso di seguire lo stile di questo maestro perché molto alla moda, essendo la versione occidentale del modo di cavalcare, cosa ben si confaceva ad un uomo coraggioso come Azato. Questi dapprima osservò Megata dare lezioni a pochi studenti sul terreno vicino al cancello imperiale di Hirakawa. Megata, avendo visto l’interessamento di Azato, avrebbe voluto chiedergli di provare la nuova sella, ma era troppo timido per importunare un nobile come Azato. Gli fece fare quest’invito da un suo attendente. Dopo qualche riluttanza, Azato accettò portando a termine una performance brillante, soprattutto in merito alla gestione delle redini. Tale abilità in ogni aspetto delle arti marziali fece tornare alla mente di Funakoshi il proverbio: “Chi eccelle in una cosa, può eccellere in ogni cosa”. Dal maestro Sekiguci studiò invece diligentemente il tiro con l’arco. Che Azato fosse un uomo aristocratico influente, dalla mentalità aperta e attento anche agli sviluppi degli affari politici di Okinawa, del Giappone e dell’Oriente in generale, lo dimostrano anche altri fatti: dopo la restaurazione Meiji, in qualità di consulenze e diplomatico militare presso la Casa degli Sho, abitò per molti anno nel distretto Kojimachi di Tokyo, dove strinse intimi rapporti con le personalità più influenti dell’epoca; forse fu proprio grazie a questa esperienza che una volta predisse a Funakoshi che una volta completata la Ferrovia Transiberiana, la guerra tra Russia e Giappone sarebbe stata inevitabile. La ‘predizione’ avvenne molto prima del 1904, quando effettivamente iniziarono le ostilità tra questi due paesi. Fu sempre Azato, all’epoca della Restaurazione Meiji, a consigliare al governatore di Okinawa di cooperare appieno con il governo di nuova formazione, e quando fu promulgato l’editto che imponeva a tutti i samurai il taglio del ciuffo, egli fu tra i primi ad obbedirvi. Era anche un abile e attento stratega: aveva una lista dettagliata degli esperti di arti marziali con le loro caratteristiche, convinto che “il segreto della vittoria è conoscere te stesso e il tuo nemico”. Durante l’esilio di re Sho-Tai a Tokio, fece parte del corteo reale e la sua influenza nei circoli politici fu tale che anche personaggi politici di primo piano come Ito Hirobumi (1841-1909), lo chiamavano “amico”. Ancora un elemento comune tra Azato e Itosu era la mancanza del sentimento dell’invidia. Non solo non erano gelosi l’un dell’altro, anzi presentavano Funakoshi ai maestri di loro conoscenza, esortando Funakoshi ad apprendere le migliori tecniche di ciascuno di essi. Erano inoltre entrambi modesti: non indugiavano sulle rispettive imprese di gioventù, considerandole solo “atti selvaggi” scusabili per via della giovane età. Tuttavia, eccezion fatta per Funakoshi, non ebbe allievi, cosa che rientra nella logica dell’esoterismo nella trasmissione delle arti marziali. Apprezzandone la passione (e forse tramite le pressioni del padre di Funakoshi), Azato accettò quel giovane allievo, rifiutandosi però costantemente di addestrare il proprio figlio, che affidò invece ad Itosu. Una volta pare che Azato, citandogli un proverbio confuciano, abbia confidato a Funakoshi: “Fin dai tempi più remoti è nota la difficoltà di essere maestri del proprio figlio, e così si è diffusa la pratica di scambiarsi i bambini, lasciando ad altri l’educazione dei propri figli e viceversa. Ti insegnerò molte cose sul Karate; ti prego di insegnare tutto quello che impererai a mio figlio”. Non sappiamo se il figlio di Azato abbia mai intrapreso seriamente la via del Karate, tuttavia di lui non è rimasta traccia. Gli allenamenti dal maestro Azato si svolgevano prima dell’alba, nel cortile della casa. Essendo un nobile, la casa di Azato era attrezzata con ogni strumento adatto per l’allenamento: makiwara fissi e sospesi, spade di legno di varie fogge, un uomo di legno, pesi, attrezzi per allenare le prese, scudi e machete, fruste e addirittura un cavallo di legno per addestrare la salita in sella e il tiro con l’arco da cavallo. Il maestro Azato si era insomma creato un ambiente in cui potersi allenare come, quando e dove voleva. L’abitazione di Funakoshi era abbastanza distante da quella di Azato e rientrando ogni mattina a sole già sorto (non esistevano vacanze o giorni di riposo), i vicini vedendolo rincasare a quell’ora, pensavano che frequentasse locali di piacere: Funakoshi non smentì mai, il dovere di tener nascosta la sua pratica del Karate era più forte. Anche su Azato Funakoshi riporta alcuni interessanti aneddoti. Il Karate ‘delle origini’ (ossia l’Okinawa te o Toudi) doveva essere un metodo di lotta estremamente efficace e cruento, se i maestri riconosciuti di tale arte erano rispettati e considerati esseri invincibili. Non troppo radi dovevano essere anche i duelli, anche se i resoconti di Funakoshi sono già ammantati e avvolti nell’alone leggendario del mito: per esempio lo scontro di Azato contro Yorin Kanna, famoso schermidore nonché espertissimo sia nei classici giapponesi e cinesi. Azato, che pur si riteneva il miglior spadaccino di Okinawa, si presentò al duello disarmato e sconfisse il suo avversario, che invece era regolarmente armato di spada, grazie alla velocità dei suoi spostamenti e dei suoi contrattacchi. ‘Mitiche’ dovevano essere anche le dimostrazioni di tecniche fulminee ma controllate che lasciavano a bocca aperta gli interlocutori, come ad esempio nel caso di quell’uomo che chiese ad Azato la dimostrazione di un ippon ken: Azato, dunque, pregò l’uomo che gli aveva rivolto tale domanda di attaccarlo, il maestro schivò fulmineamente il colpo e contrattaccò quasi all’istante con un ippon ken diretto verso il plesso solare bloccando la tecnica, a detta di Funakoshi che forse era presente alla dimostrazione, alla distanza dello spessore di un foglio di carta. Quando Funakoshi ci racconta i suoi ricordi o gli aneddoti, i suoi due maestri erano già morti da tempo, e il ricordo di questi uomini eccezionali, già miti durante la loro vita, doveva ormai essere divenuto ormai leggenda nella memoria dell’allievo riconoscente quale Funakoshi sempre fu nei confronti di tutti i suoi maestri. E tuttavia i ricordi più struggenti riguardano, sempre, la loro umiltà e la modestia nei confronti degli altri esseri umani, una lezione che poco ha di specifico con il Karate, essendo una caratteristica che dovrebbe essere comune ad ogni uomo. Tanto più che i due, per quanto riguarda la lotta, avevano visioni, sembra, diametralmente opposte. Azato, da quanto sembra di capire, era fautore di uno stile estremamente mobile, dove le tecniche dell’avversario dovevano essere schivate o deviate e gli attacchi dovevano essere fulminei e precisi (‘gambe e braccia come spade’, ripeteva spesso Azato considerando la lotta senz’armi come una sorta di kendo a distanza più corta). L’aneddoto dell’incontro con lo schermidore Kanna esemplifica questa pratica di lotta. Azato era alto, spalle larghe e sguardo tagliente: a Funakoshi ricordava un antico samurai. Suo amico e compagno dall’allenamento presso Matsumura, fu Anko Itosu, il cui destino era quello di diventare il vero padre del Karate moderno. Fisicamente i due erano estremamente diversi: di altezza media e con un torace largo come un barile di birra era invece Itosu (che portava una folta barba e lunghi mustacchi), fautore di Karate più ‘fisico’, soleva infatti ripetere sorridendo ai suoi allievi “colpitemi ovunque, ma non sulla punta del naso, è l’unico punto del mio corpo che non sono riuscire e rinforzare”. E infatti era convinto sostenitore della tesi per cui un attacco, se non potentissimo, lo si poteva pure evitare di parare. Di tutt’altra pasta era Azato. Gli allenamenti da Azato erano duri, e Funakoshi li ricorda così:

Mentre il maestro assisteva, io praticavo un kata ripetutamente, settimana dopo settimana, qualche volta mese dopo mese, finché lo avessi conosciuto alla perfezione per la soddisfazione del mio maestro. Questa costante ripetizione di un solo kata era estenuante, spesso esasperante ed a volte umiliante. Più di una volta ho dovuto mordere la polvere del pavimento del dojo o del cortile di Azato. Ma la pratica era severa, e non mi fu mai permesso di apprendere un altro kata finché Azato non fosse stato convinto che io avevo capito soddisfacentemente quello su cui avevo lavorato. Benché abbastanza avanti negli anni, egli sedeva sempre dritto come un fuso sul balcone, quando lavorava fuori, indossando un hakama, con una debole lampada accanto a lui. Piuttosto spesso, io completamente esausto, non ero neppure capace di scorgere la lampada. Dopo l’esecuzione di un kata, attendevo il suo giudizio, che era sempre conciso. Se egli non era soddisfatto della mia tecnica, mormorava: “Fallo di nuovo”, oppure: “Un po’ di più”. Un po’ di più, un po’ di più, sempre un po’ di più, finché il sudore colava ed io cascavo dalla stanchezza: era il suo modo di dirmi che c’era ancora qualcosa da imparare, da apprendere. Poi, se trovava il mio progresso soddisfacente, il suo verdetto era espresso da una sola parola, “Bene!”. Quella parola era il migliore incoraggiamento. Finché non l’avevo sentita dire diverse volte, comunque, non osavo mai chiedergli di cominciare ad insegnarmi un nuovo kata. Ma dopo aver terminato la nostra lezione, di solito alle ore piccole, egli diveniva un nuovo maestro. Allora parlava dell’essenza del Karate o, come un padre affettuoso, mi chiedeva della mia vita come insegnante. Quando la notte si avviava al termine, prendevo la mia lanterna e affrontavo la via di casa, conscio dell’arrivo e degli sguardi sospettosi dei vicini.

Azato e Itosu erano dunque buoni amici, e Funakoshi spesso si allenava sotto gli sguardi vigili di questi due meravigliosi maestri. Non solo i loro fisici, ma anche le loro tecniche dovevano essere diversissime. I due una volta si trovarono in seria difficoltà. Una banda composta da circa 30 teppisti voleva malmenarli. I due maestri si rifugiarono in una casa, e iniziarono ad affrontare i nemici riuscendo con uno stratagemma ad attaccarli di sorpresa: gli attacchi di Azato furono mortalmente efficaci, e qualcuno di questi teppisti rimase a terra gravemente ferito. I nemici lasciati a terra da Itosu erano più numerosi, ma nessuno ferito in maniera grave. Da questo aneddoto traspare anche il diverso atteggiamento dei due maestri: per Azato l’esito di un combattimento è continuare a vivere o morire; per Itosu, che pure poteva essere mortalmente abile quanto Azato, forse, anche se attaccati, non sempre è il caso di uccidere o ferire gravemente persona. La forza fisica di Azato era comunque ben nota: all’età di 17 anni aveva percorso la strada da Kyozuka fino alla sua abitazione, circa 4 Km., portando sulle spalle due pietre dal peso di 30 Kg. ognuna. Queste prova di forze erano usuali nella vecchi Okinawa, e servivano a consolidare la reputazione degli uomini. Come detto, Azato era un uomo di profonda cultura. Secondo Funakoshi, intenzione di Azato era quella di scrivere un manuale di arti marziali una volta ritiratosi dal servizio attivo. La morte purtroppo impedì questo progetto privandoci di quello che sarebbe stato un documento di eccezionale importanza. Tra le letture preferite di Azato figuravano: L’arte della guerra di Sun Tzu, che Azato riteneva un testo fondamentale; Le sei strategie di guerra; Tao te ching di Lao Tzu, il caposaldo della dottrina taoista; il Wei Liaozi (un trattato di tattica militare risalente al Periodo degli Stati Combattenti, 403-221 a.C.); il Sīmǎ Fǎ (anch’esso risalente al Periodo degli Stati Combattenti, è un testo in cui si discute del governo degli Stati, di politica, leggi e strategie militari); Tang Ling Wen Dui.

CHOMO HANASHIRO  (1869-1945)

Il maestro Hanashiro Chomo nacque nel 1869 e, come consuetudine delle famiglie aristocratiche okinawensi, iniziò fin da piccolo il suo addestramento nelle arti marziali. Ebbe la fortuna di iniziare con il più grande maestro di karate allora vivente, Sokon Matsumura. Tuttavia, data la tarda età di Matsumura, Hanashiro Chomo fu principalmente allievo di Anko Itosu. Itosu, com’è noto, cercò di modernizzare il karate (anche a scapito del rispetto per la tradizione) per farlo entrare nel programma scolastico di Okinawa (cosa che gli riuscì nel 1905) e Hanashiro Chomo rimase a fianco del suo maestro, anche nell’insegnamento scolastico, fino alla morte di quest’ultimo, nel 1915. Intorno al 1920, Hanashiro Chomo era considerato uno dei migliori karateka di Okinawa, un fatto riconosciuto anche dagli altri maestri. Amico inseparabile del maestro Chomo fu Kentsu Yabu. I due condivisero molte esperienze comuni, dalla guerra al discepolato presso Matsumura e Itosu. Entrambi erano presenti al famoso meeting dei maestri okinawensi del 25 ottobre 1936, in occasione del quale si deliberò ufficialmente di mutare il nome di tode-jutsu in quello di karate-do. Eppure, salvo ulteriori acquisizioni, Hanashiro Chomo fu il primo ad utilizzare il termine karate nel significato moderno di ‘mano nuda’ in una pubblicazione del 1905 ‘Karate Shoshu Hen’. Ciò farebbe pensare che probabilmente l’idea di cambiare gli ideogrammi doveva circolare nel gruppo di allievi Itosu, e forse era suggerita da Itosu stesso (anche se egli non la utilizzò nel suo testamento spirituale del 1908), ma è solo una mia opinione. Come che sia, Hanashiro Chomo adottò la grafia ‘mano nuda’ ben prima di Funakoshi, il quale ancora nella sua prima pubblicazione, Tode-jutsu del 1924, utilizzava la grafia ‘mano cinese’. Furono sempre questi due maestri, Chomo e Yabu, nel 1936, ad avvertire il giovane Shoshin Nagamine (1907-1998, il fondatore del Matsubayashi Shorin-ryu), che i kata in Giappone erano stati stravolti, e che bisognava sforzarsi di conservare la tradizione di Okinawa. Com’è naturale, il maestro Chomo faceva parte degli istruttori di una organizzazione formata nel 1920 e chiamata Ryukyu Tode Kenkyukai (Club per la ricerca sul Tote): quest’ultima era l’espansione di una precedente società formata nel 1918 da C. Miyagi e Mabuni, che in origine doveva occuparsi di preservare intatti gli insegnamenti di Itosu, Higaonna e Aragaki Seisho, l’ultima generazione di maestri deceduti tra il 1915 il 1918. Tra gli insegnanti figuravano, oltre ad Hanashiro Chomo e Miyagi, anche Kenwa Mabuni, Choyu Motobu, il fratello maggiore di Choki Motobu, e fondatore dello stile Motobu-ryu che ambiva a preservare l’originale Ti di Okinawa . Purtroppo l’Associazione ebbe breve vita a causa della troppa richiesta da parte degli allievi. Se fosse perdurata, oggi il karate okinawense forse avrebbe un’altra faccia. Tra gli allievi di Hanashiro Chomo figurano Shigeru Nakamura (1892?/1895?-1969), il fondatore del Kempo di Okinawa; Chitose Tsuyoshi (1898-1984), fondatore dello stile Chito-ryu; Nakama Chozo (1899-1982) della scuola Kobayashi; Shimabukuro Zenryo (1904-1969), fondatore dello stile Seibukan ed infine Kinjo Hiroshi (nato nel 1919), maestro del famoso Patrick McCarty e insigne storico del karate. Proprio alcuni ricordi di Kinjio Hiroshi ci aiutano a conoscere meglio il maestro Chomo. Egli amava discutere il bunkai dei kata sotto ogni aspetto e punto di vista, doveva essere un vero appassionato dei segreti del bunkai. Nella vita quotidiana era un uomo modesto e se fosse dipeso da lui, avrebbe sempre continuato a studiare: era infatti un profondo sostenitore dell’importanza della continuità nello studio del karate. Era il vero successore di Itosu, ma non se ne vantò mai, come non si vantò mai della sua abilità e non parlò mai male degli altri maestri, anche di quelli che invece parlavano male di lui. Il maestro Kinjio Hiroshi non lo sentì mai pronunciare la frase ‘io sono il successore di Itosu’, anzi furono gli altri maestri a ricordarglielo, e a sottolineargli quanto fosse fortunato ad avere un tale maestro. Nel libro di Genwa Nakasone, Karate-do Taikan, è lui a dimostrare il kata Jion. Nel 1945 ebbe luogo la terribile battaglia di Okinawa. Stretta ad incudine tra le Forze Americane ed il Giappone, è stato stimato che ad Okinawa in 82 giorni di combattimento perdettero la vita circa 60000 civili. Chi non morì subito, dovette affrontare un orribile periodo di carestia. Molti documenti sulle origini del karate andarono perduti in quei giorni e molte vite di valorosi combattenti. Il Maestro Chomo fu una di quelle vittime.

      KENTSU YABU (1863-1937)

Nato a Shuri, terzo figlio di Kenten Yabu e Morinagi Shun, Kentsu Yabu era di famiglia nobile, come molti dei suoi colleghi, specificamente un pechin, o membro della media aristocrazia, con un albero genealogico che risaliva almeno al 1689. Una famiglia acculturata dunque, sia nei classici cinesi sia nelle arti marziali, come nella norma. Il nonno paterno, Ken’yo, fu il maestro d’arco del nobile Ikegusuku, mentre il padre era calligrafo di corte. Fin da bambino Kentsu venne allenato in quello che poi diverrà lo shorin-ryu dal grande Bushi Matsumura, e fra gli allievi anziani di quest’ultimo vi era Itosu sensei, che poi diventerà il suo maestro. Incerta è la data di inizio dell’allenamento presso Matsumura e Itosu. L’unica cosa certa è che quando Yabu si presentò alla visita medica per essere arruolato durante la guerra cino-giapponese del 1894-95, fu tra i pochi okinawensi ad essere accettato. Se si riferisce a lui l’aneddoto che riporta Funakoshi nel suo Karate-Do Nyumon (p. 26 della traduzione italiana curata dalle Edizioni Mediterranee): durante la guerra cino-giapponese, un giovane che si era allenato per mesi con Itosu prima di entrare nell’esercito fu assegnato alla divisione Kumamoto, dove l’ufficiale medico, notando il suo perfetto sviluppo muscolare, gli disse: “so che vieni da Okinawa. In che arte marziale di sei allenato?”. La recluta rispose che il lavoro di fattoria era sempre stata la sua unica occupazione, ma un amico che era con lui si lasciò scappare di bocca: “pratica il karate”. Il dottore mormorò semplicemente “Capisco, capisco”, ma ne rimase profondamente impressionato, si può ragionevolmente dedurre che una data possibile possa essere intorno al 1880, considerando proprio che Yabu iniziò il sua addestramento prima con Matsumura e solo poi con Itosu. Se si considera che alla fine del XIX secolo gli okinawensi erano generalmente esclusi dal servizio militare perché considerati inferiori, e inoltre Yabu si era sposato da poco e aveva un figlio piccolo, il gesto di Yabu deve essere stato simbolico: dimostrare ai Giapponesi che gli Okinawensi non erano affatto inferiori. Nell’esercito raggiunse il grado di Sergente e combatté in Manciuria. Pare che prima di congedarsi ottenne, primo fra gli okinawensi, il grado di tenente, e la leggenda vuole che la sua divisa e la sua spada venissero conservati nel castello di Shuri, ma per gli okinawensi rimase sempre il “sergente Yabu”, gunso Yabu, piuttosto che Chusa Yabu. Come è accaduto anche per i suoi illustri colleghi, anche Yabu non è stato esente da mitizzazioni. George Alexander gli attribuisce più di 60 combattimenti vittoriosi, Richard Kim descrive con esattezza una sfida con un altro grande quanto controverso karateka okinawense, Choki Motobu, combattimento che forse non c’è mai stato o che forse era di sumo okinawense, non di karate; tra l’altro un illustre allievo di Motobu, Shoshin Nagamine, sostiene che Motobu stesso aveva espresso il desiderio di tornare ad allenarsi con il suo maestro, per l’appunto Yabu, per approfondire alcuni kata. Un’altra storia riferisce che Yabu avrebbe ucciso un militare giapponese in uno scontro violento (gli okinawensi erano soggetti a frequenti episodi di ‘nonnismo’, e pare che Yabu non accettò di esserne vittima), contrastandone l’attacco con il palmo della mano: dopo il contatto l’uomo si accasciò a terra, morto. Durante l’inchiesta che ne seguì, Yabu si difese dicendo che non aveva utilizzato alcun colpo di karate, ma si era solo difeso col palmo della mano (cosa consentita dal regolamento militare giapponese) altrimenti le costole dello sfortunato avversario si sarebbero rotte. Per dimostrare quanto affermava, colpì col pugno chiuso un pino, e la forma del pugno rimase ben impressa; lo stesso episodio viene riadattato in un contesto meno violento, e l’incidente sarebbe dunque occorso durante un combattimento di sumo, ma la sostanza non cambia: le tecniche a mano aperta di Yabu dovevano essere fenomenali, leggendarie, tanto da fornire materiale ad aneddoti come questi. Vera o non vera che sia questa storia, dopo essere tornato ad Okinawa, Yabu iniziò ad insegnare nelle scuole di Shuri insieme ad Itosu. Il suo kata preferito era il Gojushiho, e non è forse un caso che la versione modificata da Matsumura del Gojushiho cinese risente delle danze folckloristiche okinawensi ed enfatizzi i colpi a mano aperta. I suoi studenti più anziani ricordano che l’allenamento consistenza nella ripetizione incessante del kata Naihanchi, e Yabu pretendeva che gli allievi lo ripetessero 10000 volte ogni anno, numero che, seppur iperbolico o forse simbolico, fa una cifra di 28 kata al giorno, cosa peraltro non impossibile… a quei tempi. L’aneddoto è però rivelatore dell’impegno che Yabu richiedeva ai suoi studenti. Onorato dai suoi compatrioti, nel 1936 venne richiesta la sua presenza in un’assemblea di illustri maestri che dovevano deliberare sulla modificazione del kanji iniziale della parola karate, trasformandolo da quello indicante la Cina con quello indicante il “vuoto”. Nel 1921 si recò in California per visitare il suo primogenito Kenden, e una seconda visita fu effettuata nel 1927. La sua nipote più grande, Emi, che aveva all’epoca sette anni ricorda che al nonno piacevano molto i dolci, e sua madre si lamentava che Yabu indossasse sempre magliette dal collo troppo grande. Di ritorno da questa seconda visita, Yabu trascorse nove mesi alle Hawaii, dove diede pubbliche dimostrazioni di karate. Nel 1936 Yabu si recò a Tokio, probabilmente per motivi di salute (soffriva infatti di tubercolosi in stato avanzato, malattia che all’epoca non lasciava scampo nel 99% dei casi). Ebbe però il tempo di conoscere il giovane Shoshin Nagamine, col quale si lamentò del cambiamento avvenuto nei kata classici di Okinawa eseguiti in Giappone, e al quale lasciò una sorta di testamento spirituale: conservare le forme originali okinawensi. L’anno seguente Yabu morì. Suo grande amico e compagno di allenamento fu un altro maestro, anch’egli protagonista di spicco del romanzo della storia del karate: Hanashiro Chomo.

IL MAESTRO KIYUNA (1845-1920)

Il poco che si può reperire su questo maestro, legato sia ai circoli del futuro Shuri-te sia a quelli del futuro Tomari-te, si basa sulle testimonianze di Gichin Funakoshi (per cui cfr. Funakoshi 1987, p. 27) di Chosin Chibana 1966 (sulla preziosa intervista, considerata oggi una pietra miliare nella storia del karate e tradotta in inglese da Ernest Estrada e reperibile sul sito web all’indirizzo http://www.ernest-estrada.com/article2.html), e di Shoshin Nagamine (Nagamine 2002 p. 47 ne fissa la data di nascita e di morte, alle pp. 69-70 si trovano alcune notizie). Funakoshi ci dice di averne ricevuto l’insegnamento, e che una delle straordinarie capacità di Kiyuna fosse quella di “strappare con le mani nude la corteccia di un albero”; Nagamine riporta invece il racconto fornitogli da Nagamine Shoshu (ex membro del comitato per la protezione di Shuri del Dipartimento affari culturali), secondo cui nel 1907, quando Nagamine Shoshu aveva circa dieci anni, il quartiere di Tamaudon (cimitero ufficiale della famiglia reale) era il posto ideale dove i bambini andavano a giocare perché c’era una gran quantità di alberi. A quel tempo Kiyuna Peichin era una guardia del Tamaudon e pattugliava meticolosamente la zona con un manganello di legno appeso alla cintura che aveva una campanella fissata all’estremità. Tra un giro e l’altro aveva l’abitudine di riposarsi un po’ presso il posto di guardia, dove Nagamine Shoshu vide spesso Itosu che lo andava a trovare per fare due chiacchiere davanti ad una tazza di tè. Appassionato di karate fin dall’infanzia, Nagamine cominciò ad imparare sotto la guida di Kiyuna. Bambino curioso, osservava pieno di meraviglia il suo maestro e Itosu che eseguivano insieme i kata. Kiyuna era più alto di Itosu, ma non altrettanto largo di spalle. Sia Kiyuna che Itosu avevano braccia muscolose ed enormi tako (calli) sui pugni dovuti all’incessante allenamento al makiwara. Da ragazzo Nagamine Shoshu aveva spesso udito racconti su questi due eroi. Tali episodi di eroismo, che fossero o meno esagerati, erano diventati una parte importante del folklore di Okinawa e avevano la loro utilità come edificanti lezioni sull’allenamento e sulla vita in generale. Una di queste storie che aveva a che fare con l’enorme potenza del pugno di Kiyuna era il problema della rottura del makiwara a casa sua. A quanto sembrava, non riusciva a tenere un makiwara per più di un mese, perché a forza di aumentare l’intensità dei colpi arrivava a picchiare così forte che la tavola si rompeva. Alla fine provò a legare uno zori (sandalo giapponese) di pelle ad un albero vicino al Tamaudon. Con il risultato che dopo dieci giorni di colpi l’albero morì. Questa invece è la testimonianza, molto simile, di Chosin Chibana, tramandato da Taro Shimabukuro: “Ho ricevuto l’insegnamento dal maestro Kiyuna, che all’epoca era custode delle tombe della famiglia reale degli Sho […] Kiyuna, se ben ricordo, si allenava negli atemi utilizzando vecchie ciabatte di paglia legate ad alberi. Kiyuna doveva cambiare spesso albero perché dopo averli colpiti solo una volta gli alberi perdevano le foglie e si rovinavano le radici mettendo a rischio la vita dell’albero”. I suoi kata preferiti erano Passai e Kusanku, che Kiyuna aveva appreso da Matsumura (Sells p. 58).

TAWADA SHINZAKU

Alla fine del XIX secolo, due discepoli di Matsumura Sokon divennero amici: Tawada Shinkazu e Itosu Ankō. Di Itosu già abbiamo detto. Tawada era invece una guardia del corpo reale, uomo colto e versato in letteratura. Tawada era famoso sia per il suo karate sia per la sua abilità con i sai (Sells 2000 p. 56). Tawada doveva essere di circa venti anni più giovane di Itosu e pare che sua sorella minore andò in sposa al figlio di Itosu (che purtroppo morì giovane). Ma i rapporti familiari non sono finiti, perché infatti la sorella maggiore di Chosin Chibana si sposò proprio con Tawada, cose che permise al giovane Chibana si studiare anche col maestro Tawada e di essere da lui introdotto al maestro Itosu. Da Tawada, come è noto, Chibana apprese l’uso dei sai e il famoso Matsumura/Tawada Passai. Il rapporto tra i due era talmente stretto che le loro tombe sono una accanto all’altra.

MATSUMURA SEITO (松村正統) SHORIN-RYU DI HOHAN SOKEN

La vita di Matsumura Sokon era già avvolta nella leggenda quando Funakoshi Gichin citava le sue gesta. Hohan Soken (25 maggio 1889-30 novembre 1982), che prima di morire era il maestro di karate più anziano di Okinawa, sostiene di essere il successore di terza generazione di Matsumura, avendo appreso il karate da uno dei nipoti del grande maestro, Nabe Matsumura[1]. È Hohan Soken stesso ad ammettere che Matsumura aveva molti allievi, e che ognuno di loro aveva studiato e sviluppato a suo modo l’arte del Maestro (secondo la logica dell’allenamento tradizionale che prevede di modellare l’allenamento sul praticamente, e non il praticante sul metodo). Hohan Soken fu però l’unico allievo di Nabe, cosa che gli permetterebbe di affermare che il suo karate sia più antico e in certa misura più efficace delle versioni “moderne”. I ricordi dell’allenamento e dei primi passi nel mondo del karate il maestro Soken li ha conservati per noi in una famosa intervista condotta in spagnolo con Ernest Estrada, condotta il 10 settembre 1978 presso il club Kadena NCO presso la base aera di Kadena. In questa intervista Hoan Soken ricorda come il suo ingresso nel mondo del karate avvenne intorno al 1902-3, per interessamento dello zio Nabe, che ne notò le doti e l’interessamento nei confronti dell’arte, allora chiamata ancora Uchinan Sui-di (in okinawese tode di Okinawa). In quell’epoca di profondi cambiamenti nella società okinawense, la famiglia di Soken, seppur di nobile ascendenza, per sopravvivere aveva bisogno di lavorare, e il giovane Hohan doveva lavorare duramente nei campi insieme ai contadini. L’allenamento doveva dunque svolgersi la mattina prima del lavoro e la sera dopo il lavoro, sia per necessità sia in seconda istanza per mantenere la segretezza. La prima cosa che Nabe insegnò a Hoan fu l’equilibrio, poi l’irrobustimento fisico. Gli esercizi venivano effettuati adattando le necessità dell’allenamento al lavoro. Così gli strumenti erano alberi di banano e di pino (‘matsu’ in okinawense[2]). Dopo l’irrobustimento veniva la pratica dei kata di Matsumura. Il kata più importante era il Kusanku (preferenza che Matsumura trasmise anche ai suoi allievi “esterni”, ed infatti il Kusanku rimane il kata più rappresentativo della linea shorin), praticato sovente con i kanzashi (una sorta di fermacapelli). Il kata segreto di Matsumura era però l’Hakutsuru (gru bianca), che venne insegnato ad Hohan Soken da Nabe Matsumura dopo dieci anni di allenamento (non è però ben chiaro se Naba Matsumura abbia realmente appreso questo kata da Matsumura Sokon o da altre fonti, cfr. Bishop p. 74). Si trattava di un kata difficilissimo, l’equilibrio ne era l’elemento distintivo. Soken apprese questo kata dapprima sul terreno, per poi praticarlo su di un tronco di pino, e come ultimo livello di maestria su di un tronco di pino galleggiante e ancorato.

Per un certo periodo di tempo, Hoan Soken collaborò anche con la Tode Kenkyukai fondata di Miyagi Chojun e Mabuni Kenwa.

Nel 1924, dopo aver lavorato su una nave mercantile che faceva tappa a Taiwan, in Vietnam, ed in altri posti dell’Asia Minore, Hoan Soken si trasferì a Linares in Argentina (dove era presente una folta comunità di Okinawensi), dapprima come fotografo, poi in una lavanderia. Nel frattempo proseguiva nell’allenamento e nell’insegnamento del karate. Il ritorno ad Okinawa, in condizioni economiche relativamente agiate, si situa nel 1952. La situazione del karate, nel frattempo, era radicalmente mutata. Dapprima Soken non insegnò pubblicamente, ma solo a pochi familiari. Questi in seguito gli aprirono un piccolo dojo. L’arte che Soken insegnava all’inizio si chiamava, nel dialetto di Hogen, Machimura suide (in giapp. Matsumura Shuri-te). Nel 1956 il cambiamento del nome in Matsumura seito (ortodosso) Shorin-ryu karate-do. La pratica era quella della vecchia scuola, perché Soken non ha mai né compreso né accettato i nuovi standard d’insegnamento, troppo commerciali per la sua mentalità e troppo “soft”: vivere o morire è il karate per Hoan Soken, un pensiero comune ai maestri della vecchia scuola. Vivere o morire in un combattimento poteva essere la differenza anche tra la vita e la morte per la propria famiglia. Una vita, e un allenamento molto diversi da quelli che molti di noi hanno conosciuto. Nabe Matsumura insegnò a Soken i seguenti kata: Naihanci shodan/nidan/sandan; Pinan shodan/nidan; Passai dai/sho; Chinto; Kusanku; Gojushiho; Seisan; Rohai 1-3; Hakutsuru.

Tra gli allievi più illustri di Hoan Soken vanno ricordati Seiki Arakaki, Fusei Kise, Jushin Kohama, Mitsuo Inoue, Hideo Nakazato.

Qui alcuni kata eseguiti da Hohan Soken sensei:

Hakutsuru https://www.youtube.com/watch?v=yttaIVgysx8

Matsumura Rohai https://www.youtube.com/watch?v=OUb22YIqCvw

Kusanku https://www.youtube.com/watch?v=iOhxQD05k6o

Chinto https://www.youtube.com/watch?v=KochsZ_qUiQ

Naihanchi shodan https://www.youtube.com/watch?v=lMoF9It1am8

Passai Sho https://www.youtube.com/watch?v=PE57IWDum9I

Gojushiho/ Useishi https://www.youtube.com/watch?v=fGZRUXZYVYQ

KOBAYASHI SHORIN-RYU  (小林流) DI CHOSIN CHIBANA

Choshin Chibana (1885-1969) fu un allievo di Itosu che insegnò con entusiasmo lo stile di quello che ebbe come principale maestro (ma studiò di certo anche con altri: ad esempio da Tawada Shinzaku, allievo di Matsumura, apprese l’oggi famosissimo Matsumura Passai o Tawada Passai). Nel 1918, dopo la morte di Itosu, aprì il suo primo dojo, e sempre in quell’anno collaborò con Funakoshi, Oshiro Chojo, Yabu Kentsu, Hanashiro Chomo ed altri: questa collaborazione, che coivolgerà poi anche maestri del calibro di Mabuni, Miyagi e Kyan, porterà alla fondazione della Ryukyu Tode Kenkyukai (Associazione per la ricerca del tode di Okinawa). Questa associazione durò fino al 1929. Negli anni che vanno tra il 1929 e il 1935 chiamò il suo stile Shorin-ryu (小 林 流 che si può anche leggere Kobayashi-ryu: scuola della piccola foresta) ed aprì il suo primo dojo. Dopo aver cambiato molto spesso luogo d’insegnamento, soprattutto dopo la battaglia di Okinawa, nel 1954 Chibana si stabilì definitivamente a Shuri, dove fu impegnato fino al 1958 come istruttore della polizia. Nel 1956 fondò la Federazione del Karate-do di Okinawa di cui divenne anche primo presidente;due anni dopo diede le dimissioni e fondò l’Associazione del Karate-do Shorin-ryu di Okinawa di cui divenne primo presidente. Nel 1960 Chibana ricevette il Premio per l’Eccellenza al Servizio della Cultura Fisica da parte del quotidianoOkinawa Times; nel 1968 ricevette l’Ordine Kunyonto del Sacro Tesoro dall’Imperatore Hirohito. Durante la sua ultima esibizione, nel 1968, Chibana, che si era esibito in moltissime dimostrazioni durante tutta la sua vita, danzò davanti ad un pubblico entusiasta. L’anno dopo morì a causa di un cancro al volto.

La testimonianza di H. Kanazawa

Una interessante testimonianza sulla forza di Chibana, ancora negli ultimi anni della sua vita, la fornisce Hirokazu Kanazawa in un articolo intitolato “Two precious week in Okinawa” che io leggo nell’ultimo libro del maestro “Karate My Life”, trad. ingl. di Alex Bennet, Kendo World Pubblications 2003 pp.  187-195, che traduco:

Fummo fortunati ad avere la possibilità di andare a trovare il caposcuola dello Shorin-ryu, il maestro Chibana Choshin. Il maestro Chibana si allenò sotto Anko Itosu insieme a Gichin Funakoshi, così che, in qualche modo, tra di noi c’era una sorta di legame. Trovammo l’anziano gentiluomo seduto dietro casa, dove ci salutò con un bel sorriso. Gli studenti non persero tempo e iniziarono a fargli domande a cui lui rispondeva con entusiasmo. “Ok, afferatemi la mano e vi darò una dimostrazione”, disse rispondendo ad una domanda. Poi scaraventò lo studente lungo il pavimento con estrema facilità, mentre era ancora seduto. Riguardo alla domanda se fosse possibile che qualche karateka fosse in grado di penetrare nel corpo di una mucca con un pugno e tirarne fuori le interiora, o se un calcio potesse essere così forte da attraversarne il corpo, rispose che “era possibile nel passato, col giusto allenamento, ma è una cosa differente dallo spezzar tavolette. Devi fare un buco”. Poi ci portò in giardino per mostrarci come ci si allena. Vi era un fascio di bamboo legati insieme ad altezza uomo e di trenta centimetri di diametro. Il maestro ci si piazzò davanti e iniziò a colpirlo ripetutamente fino a trapassarlo. La punta delle dita delle sue mani e dei suoi piedi erano dure come rocce, e altrettanto le suole dei piedi.

Ai seguenti indirizzi potrai trovare video riguardanti il maestro Chibana:  https://www.youtube.com/watch?v=gvAIBqgu4fA Naihanchi 1-3  https://www.youtube.com/watch?v=wOupEoANl1A Matsumura/Tawada Passai https://www.youtube.com/watch?v=zt8edpbi_e8 Itosu no Passai

SHORINJI-RYU (少林寺流) DI CHOTOKU KYAN

Figlio di Kyan Chofu, hanko (responsabile della custodia del sigillo ufficiale di sua maestà) di re Shotai-O (1843-1901), guerriero dotto in letteratura e filosofia cino-giapponese, Kyan sensei nacque nel villaggio di Gibo (Shuri) nel 1870. Dal 1882 al 1886 Kyan seguì il padre a Tokio durante l’esilio di re Shotai, dove sia per la sua discendenza aristocratica, sia per il fisico minuto (scarsa era anche la vista, tanto da essere soprannominato Chan Mi-Gwa, “Kyan occhio debole”), inizia col padre lo studio della letteratura cinese, del Karate e del Jujutsu, arti in cui il giovane Kyan si applicò in maniera assai diligente data la sua esile corporatura. Sulla severità dell’allenamento imposto da Kyan padre, circolavano vari aneddoti: pare che padre e figlio, incuranti del freddo e del cattivo tempo, si allenassero all’aperto; un tale stoicismo e una tale dedizione erano additati come esempio. Al ritorno ad Okinawa, all’età di 16 anni, Kyan proseguì il suo studio del karate con Matsumura Sokon e Oyadomari Kokan. Il grande maestro Matsumura (all’epoca settantasettenne), insegnò a Kyan il kata Gojushiho: grande fu la venerazione che Kyan ha sempre dimostrato per questo maestro, e cfr. l’ultima biografia su Kyan ad opera di Irei Hiroshi, Okinawan Karate, a Man called Chanmie, traduzione di Toma Shisei, C-Sky Project, Kadena, 2011 p. 16 che traduco: “Matsumura Sokon mi ha insegnato il karate con entusiasmo e mi ha sempre ripetuto che le arti marziali sono la via della pace e che la pace è mantenuta dale arti marziali. Lo rispetto come un pioniere per la sua generazione. Ho trovato i suoi insegnamenti di grandissimo interesse, e li mantengo nelle mie lezioni di karate”. Più incerto è il suo apprendistato sotto Itosu. Tale apprendistato, è segnalato sia da Nagamine Shoshin, I grandi maestri di Okinawa, ed. cit. p. 101; id. L’essenza del karate-do di Okinawa, ed. cit. p. 40), sia da G. Alexander, Okinawa isola del karate, Yamazato Publication 1991 p. 58 ), ma non Mark Bishop, Karate di Okinawa, ed. cit. p. 91). Inoltre, in un articolo in lingua inglese apparso sulla rivista Bugeisha Magazine (1998) intitolato “Seibukan. The Shorinji-ryu karate of Shimabukuro Zenryu”, pp. 13-22, l’autore, John Sells, dichiara che Chibana Chosin, successore di Itosu, abbia sempre negato che Kyan sia mai stato allievo di Itosu. Se Kyan abbia mai frequentato Itosu resta dunque un mistero, me è certo che i kata insegnati oggi sotto il nome di Kyan, non hanno nulla a che vedere con la scuola di Itosu. Come che sia, pare che Kyan abbia appreso i seguenti kata: Seisan, Naihanchi e Gojushiho (Shuri-te) da Matsumura Sokon o da qualche suoallievo, forse addirittura Azato Ankō all’epoca della permanenza a Tokio; Kusanku da Yara Chatan (Tomari-te); Passai da Oyadomari Kokan (Tomari-te); Wanshu da Maeda Pechin (Tomari-te); Chinto da Matsumora Kosaku (Tomari-te), Ananku da un emigrato proveniente da Taiwan (ma più probabilmente invenzione di Kyan), nonché il kata Tokumine no Kun ida Tokumine Peichin.

Anche sulla sua gioventù gli aneddoti sono numerosi: c’è chi racconta di una vita povera e di stenti e chi invece fa dell’esile maestro un frequentatore di bordelli. Anche in questo caso, regna l’agiografia, motivo per cui non riporteremo tutta una lunga serie di storielle che hanno dell’incredibile. Due dei suoi migliori allievi, Arakaki e Taro Shimabuko, una volta causarono una rissa durante un combattimento tra galli (uno tra i divertimenti preferiti di Kyan), per testare la forza del proprio maestro. Pare che Kyan ne sia uscito illeso combattendo con un braccio solo, mentre con l’altro teneva stretto il suo gallo. Molti furono i suoi allievi, e tutti fondarono uno stile che si richiamava più o meno agli insegnamenti del maestro.

Il celebre episodio di Taiwan è però esemplificativo non solo dello stile di Kyan, ma del karate okinawense in generale. L’episodio è descritto in Nagamine Shoshin, I grandi maestri di Okinawa, ed. cit., pp. 104-106, che riassumo:

nell’agosto 1930 Kyan, Kuwae Rosei (l’ultimo discepolo di Matsumura) e Kudaka Kori (che poi racconterà la storia a Nagamine) si trovavano al Butokuden di Taipei per una dimostrazione di toudi-jutsu. Prima dell’inizio della dimostrazione un VI dan di judo, Ishida Shinzou, venne a sfidare uno dei tre amici, non con intenti bellicosi, ma per amore della ricerca. Non accettare sarebbe stato ovviamente peggio che accettare. Dal momento che Kuwae era troppo vecchio e Kudaka troppo giovane, dell’intraprendente judoka si sarebbe occupato Kyan. Toltosi il suo kimono da dimostrazione per paura di rovinarlo, Kyan sembrava magro come mai confronto al grosso judoka. L’incontro andò così: non appena il judoka si slanciò contro Kyan, questi si ritrasse in nekoashi e prima che il judoka riuscisse ad afferrarlo, infilò il pollice sinistro nella bocca dell’attaccante, afferrando con le altre quattro dita l’esterno della guancia, come a voler strappare la pelle. Sbilanciato l’avversario con una sorta di sgambetto, Kyan finì la tecnica piazzando un pugno all’altezza del della mascella. Il judoka si arrese, stupito.

Tra gli allievi più famosi di Kyan sono annoverati: Nakazato Joen, Nagamine Shoshin, Shimabukuro Zenryo, Shimabuko Tatsuo, Shimabuko Eizo.

Tra le caratteristiche del karate di Kyan, le più citate sono: lo sviluppo delle uscite laterali (fondamentali per combattere contro avversari fisicamente più dotati di lui), micidiali tecniche di gamba e l’utilizzo del pugno verticale.

L’ultima esibizione pubblica di Kyan risale al 1942, all’inaugurazione del dojo di Nagamine Shoshin a Naha. Nagamine racconta con commozione quella dimostrazione del maestro che all’età di 73 anni era ancora veloce e limpido nei movimenti, tanto da incantare il pubblico presente.

MATSUBAYASHI-RYU  (松林流) DI SHOSHIN NAGAMINE

Shoshin Nagamine (1907-1997), fondatore del Matsubayashi (Shorin) ryu, è uno dei pochissimi maestri okinawensi ad aver scritto abbondantemente sul karate. Per conoscere questo stile e la profonda conoscenza che Nagamine aveva della storia del karate, la lettura dei suoi due volumi ‘L’essenza del karate-do di Okinawa’ e ‘I grandi maestri di Okinawa’, entrambi disponibili in traduzione italiana ed editi dalle Edizioni Mediterranee è indispensabile.

Ricercatore infaticabile e celebre karateka, allievo di Ankichi Arakaki (giovane genio del karate morto precocemente, a sua volta allievo di Gusukuma Shinpan, Hanashiro Chomo e Choshin Chibana), di Chotoku Kyan e di Choki Motobu, Nagamine Shoshin adottò il nome Matsubayashi-ryu nel luglio del 1947. Come egli stesso racconta nel suo libro più famoso “L’Essenza del karate-do di Okinawa (trad. it. Mediterranee 2002)” il nome fu selezionato per onorare Matsumura Sokon (1809-1901/2) dello Shuri-te, e Matsumora Kosaku (1829-1898del Tomari-te. Matsu infatti è l’elemento comune ai due nomi, mentre hayashi (bayashi per mutamento fonetico) significa ‘foresta’. Gli stessi kanji possono anche essere letti “shorin”. Attraverso i propri insegnanti, Nagamine sensei si colloca nella terza generazione a partire da questo famosi maestri.

I kata di karate praticati nel Matsubayashi-ryu sono fukyugata ichi, fukyugata ni, pinan 1-5, naihanchi 1-3, ananku, wankan (od okan), rohai, wanshu, passai, gojushiho, chinto, kusanku.

Fra tutti i kata elencati, peculiare del Matsubayashi-ryu e la versione del Wanshu, che contiene il kakushitsuki o pugno nascosto. Il kata piùrappresentativo è il Kusanku. Questi kata furono dedotti sia dallo Shuri-te, sia dal Tomari-te. Nagamine sensei cominciò a praticare karate nel 1923 all’età di 17 anni. A quell’epoca, il karate era divenuto già parte del curriculum della scuola secondario di Okinawa e i cinque pinan creati da Itosu Anko (1831-1915) erano già praticati estesamente. I primi insegnanti di Nagamine Sensei furono Taro Shimabuku ed Arakaki Ankichi (1899-1929), entrambi famosi studenti di Kyan Chotoku (1870-1945). Arakaki Sensei, inoltre, aveva studiato sotto Gusukuma Shinpan (1890- 1954) durante la scuola elementare, con Hanashiro Chomo (1869-1945) al liceo, e con Chibana Choshin (1885-1969, fondatore del Kobayashi-ryu) dopo la scuola. Gusukuma, Hanashiro, e Chibana sensei furono tutti studenti di Itosu: tutti ovviamente conoscevano bene i kata pinan. Mentre era ancora al liceo, Nagamine sensei ebbe l’opportunità di allenarsi sotto Iha Kodatsu (1873-1928), uno dei tre discepoli principali di Matsumora Kosaku. In quell’epoca, Nagamine era il capitano del club di karate del suo liceo. Per una dimostrazione di karate in Naha, il club doveva addestrarsi ogni sera con Iha sensei. Da Iha, Nagamine imparò i seguenti kata della linea Tomari: Passai, Chinto, Wankan, Rohai, e Wanshu. Dopo essersi allenato con Shimabuku edArakaki, Nagamine seguitò ad addestrarsi con Kyan Chotoku stesso quando fu assegnato alla Stazione di Polizia di Kadena. A quell’epoca, Nagamine già aveva imparato i kata favoriti di Kyan (Passai, Chinto, Kusanku) da Shimabuku ed Arakaki. Durante il periodo di allenamento con Kyan, Nagamine approfondì di molto la sua comprensione di questi e gli altri kata.

Nel 1936, Nagamine fu trasferito per sei mesi alla Polizia di Tokio, e lì ebbe la possibilità di studiare con il famoso Motobu Choki (1871-1944). Come risultato dell’insegnamento di Motobu, Nagamine modificò la posizione del pugno arretrato (hikite) portandolo più in alto dell’anca, verso il petto, per meglio proteggere le costole; all’influsso di Motobu si deve anche la creazione dei 7 yakusoku kumite.

Quando Nagamine aprì il suo primo dojo, che chiamò Tomari Kenyu-kai (Gruppo di ricerca sul Tomari-te) a Naha, nel maggio di 1942, il maestro Kyan, nonostante l’età avanzata (73 anni), venne dal villaggio di Yomitan per la cerimonia inaugurale del dojo di Nagamine e si esibì sia nei kata sia nel bo. La maestria di Kyan e la consapevolezza dell’onore ricevuto, commossero profondamente Nagamine (cfr. Nagamine 2002 p. 106).

Nel 1940, il Governatore di Okinawa, Gen Hayakawa, organizzò un comitato speciale di ricerca sul karate-do di Okinawa. Uno degli atti del comitato era quello di autorizzare la creazione di due nuovi kata di base che facilitassero la propagazione dell’arte del karate. Questi due kata divennero noti come fukyugata ichi e fukyugata ni, e furono creati da Nagamine Shoshin e MiyagiChojun (1888-1953).

Fino alla sua morte, avvenuta nel 1997, Nagamine Shoshin rappresentava una delle principali fonti viventi per lo studio dello Shuri-te e del Tomari-te. Dopo la prematura scomparsa di suo figlio Takayoshi (1945-2012), secondo caposcuola del Matsubayashi-ryu, è dei loro allievi l’arduo compito di trasmettere al nuovo millennio la ricca tradizione di questo stile.

Ai seguenti link puoi travare video sul Maestro Nagamine Matsubayashi kata from 1960’s part 1 https://www.youtube.com/watch?v=EGlskGlohDU Matsubayashi kata from 1960’s part 2 https://www.youtube.com/watch?v=szoID5qV6jg Matsubayashi kata from 1960’s part 3 https://www.youtube.com/watch?v=7iA7GkKaAXc

Shoshin Nagamine e Omine Chotoku eseguono Wankan, Wansu, Gojushisho,

Kusanku

Nagamine Shoshin esegue il suo Tukui kata, Wankan, nel 1962

e nel 1992 https://www.youtube.com/watch?v=sagPNGQbt2o&feature=youtu.be

                   SEIBUKAN SHORIN-RYU  (聖武館少林流) DI SHIMABUKURO ZENRYO

Shimabukuro Zenryu (1908-1969), dopo aver appreso i rudimenti del karate a scuola, studiò con Kyan sensei dal 1932 fino alla morte di quest’ultimo (1945). Avviò quindi il proprio dojo nel 1947 pensando che, morto Kyan ed essendo rimasto senza maestro, quello fosse l’unico modo per rimanere in forma. Chubu Shorin-ryu, ossia Shorin-ryu dell’isola di mezzo, è il nome che Shimabukuro Zenryo scelse per differenziare il suo Shorin-ryu da quello di Joen Nakazato, altro allievo di Kyan, che invece insegnava a sud (Nanbu Shorin-ryu). Durante questi dieci anni, Shimabukuro Zenryo apprese i seguenti kata: Naihanchi shodan, Seisan, Ananku , Wansu, Passai, Gojushiho, Chinto e Yara Kusanku. In seguito, per incorporare le tecniche di difesa-attacco contemporaneie gli spostamenti del corpo peculiari del suo stile, venne creato il kata Wanchin. A questi kata va aggiunto il kata di bo Tokumine no kun che Zenryo Shimabukuro ha appreso direttamente da Kyan sensei.

Alla morte di Shimabukuro Zenryo, il figlio Zenpo[3] (nato nel 1943), è l’attuale caposcuola dello stile e uno dei più famosi maestri okinawensi al mondo (celeberrima è l’esecuzione del suo Kusanku ) . Nel suo dojo, il Seibukan (Scuola dell’arte sacra). Zenpo Shimabukuro insegna i kata di Kyan più i 5 pinan e alcune tecniche di combattimento di Choki Motobu, che Zenpo apprese tramite Chozo Nakama del Kobayashi-ryu (tra cui i kata Jion e Passai gwa). Va segnalata la particolare versione del Naihanchi-shodan del Seibukan. Oltre all’influenze di Kyan, Zenpo avrebbe studiato questo kata anche con Nakama Chozo, il quale oltre ad essere amico di Chosin Chibana aveva studiato il kata Naihanchi anche con Choki Motobu: a detta di Bishop, Nakama apprese una forma di Naihanchi che “variava considerevolmente da quelle insegnate da altri maestri in quanto le tecniche consistevano (come nel ti di Okinawa) in proiezioni eseguite facendo contemporaneamente pressione sui punti vitali (Bishop p. 128)”. Shimabukuro Zenpo ha spesso sottolineato le differenze tra gli allenamenti che si svolgevano prima della Seconda Guerra Mondiale rispetto a dopo, mettendo in risalto soprattutto l’unicità del rapporto maestro-allievo. Gli allievi si allevano da soli, e il maestro dava solo indicazioni sulle tecniche dei kata. Zenryo stesso iniziò ad insegnare a gruppi di studenti, utilizzando kihon e kata, solo a partire dal 1959.

Clicca sui segunti link per vedere i video del maestro Zempo Shimabukuro

Naihanchi shodan https://www.youtube.com/watch?v=xg9hv7MXm2U Ananku https://www.youtube.com/watch?v=L9ZxkQBxwvg

Chatan Yara Kusanku https://www.youtube.com/watch?v=JaorcP76WK4 Passai https://www.youtube.com/watch?v=JaorcP76WK4

Seisan https://www.youtube.com/watch?v=fR_NsYy36bI Gojushiho https://www.youtube.com/watch?v=xHHpTxH3nxY Chinto https://www.youtube.com/watch?v=9nYL_qN3pX8 Wanchin https://www.youtube.com/watch?v=Kx9NlH227g0 Wansu https://www.youtube.com/watch?v=3ikt20tl5_Y

Tokumine no kun https://www.youtube.com/watch?v=osdMMWnWrMk

                                         ISSHIN-RYU  (一心流)  DI TATSUO SHIMABUKU

Tatsuo Shimabuku (1908-1975) iniziò lo studio del karate a 10 anni con uno zio materno, il quale era anche appassionato cultore di geomanzia e divinazione, o sanjinsoo (fatto che potrebbe aver avuto qualche influenza nella scelta del nome dello stile). Intorno al 1926 studiò con Kyan Chotoku (e forse con Aragaki Ankichi), per circa 4 anni. Nel 1936 ebbe l’opportunità di studiare con Miyagi Chojun per circa 3 anni; nel 1938 studiò un anno con Choki Motobu con il queale studio Naihanchi. Gli anni che vanno dal 1939 finoalla fine della II Guerra Mondiale sono oscuri, fatto sta che nel 1954, dopo aver avuto una visione, decise di fondare l’Isshin-ryu (la scuola del cuore unico) il cui simbolo è Mitsugami, una divinità mezzo serpente e mezza donna che dovrebbe rappresentare le caratteristiche dello stile, unendo il meglio di entrambi gli stili che aveva avuto il privilegio di imparare (dal Goju-ryu prese Sanchin e Seiunchin; dallo Shorin-ryu Naihanci, Kusanku, Wanshu, Chinto, Seisan) fondò l’Isshin-ryu.

Il simbolo scelta da Tatsuo Shimabuku per rappresentare il suo stile è unico ad Okinawa. Si dice che il maestro ebbe un sogno in cui vide la dea Mizugami ergersi da un mare in tempesta. La dea aveva la mano sinistra aperta in segno di pace, la destra chiusa a dimostrare la sua abilità nel karate. Sopra di lei volava un drago. La simbologia è evidente: Mizugami rappresenta la volontà di preservare la pace e l’abilità di combattere se necessario; il mare in tempesta simboleggia le difficoltà della vita. Il drago celeste sostiene il cielo e vola sui problemi della vita quitidiana (il drago potrebbe anche indicare “Tatsuo”, che signifca “giovane drago”, soprannome del fondatore dell’Isshin-ryu il cui vero nome era Kana). Le tre stelle indicherebbero il Goju-ryu, lo Shorin-ryu e l’Isshin-ryu. La forma ovale il pugno verticale caratteristica dello stile.

Shimabuku ha inventato il kata Sunsu come summa del suo stile mentre apportò notevoli modifiche al kata Wansu al quale aggiunse colpi di ginocchio, calci laterali e frontali non reperibili nelle altre versioni. Figura controversa nei circoli del karate okinawense (detrattori ed estimatori ugualmente distribuiti tra i grandi del karate okinwense), Shimabuku fu anche uno dei primissimi maestri ad avere allievi americani che, alla fine della II Guerra Mondiale, hanno trasmesso il suo stile negli Stati Uniti.

Nell’Isshin-ryu sono studiati anche numerosi kata di kobudo che Shimabukuro aveva studiato sia con Kyan sia con con Taira Shinken.

Clicca sul link per vedere i kata del maestro Tatsuo Shimabukuro https://www.youtube.com/watch?v=S_r_VrnK9eQ

SHOBAYASHI-RYU  (少林流)  DI EIZO SHIMABUKU

Eizo Shimabuku (1925)[4], come suo fratello Tatsuo (il fondatore dell’Isshin-ryu), aveva studiato sia con Miyagi Chojun (dal quale apprese i kata Sanchin e Seienchin), sia con Choki Motobu ad Osaka (non è ben chiaro però per quanto tempo e cosa avrebbe appreso) sia con Chotoku Kyan (o più probabilmente con Shimabukuro Zenryo) sia con Chosin Chibana o più verosimilmente col suo allievo Shugoru Nakazato. Insegnò in varie località ad Okinawa e soprattutto a parecchi soldati americani, che portarono il suo stile negli USA. Nel suo stile è compreso anche il kobudo della scuola di Taira Shinken.

  1. kata dello Shorin-ryu di Eizo Shimabuku sono: Seisan, Naihanci 1-3, Ananku, Wanshu, Pinan 1-5, Gojushiho, Chinto, Passai sho e dai, Kusanku, Seinchin, Sanchin.

Clicca sui seguenti link per vedere i video del maestro Eizo Shimaburo: Naihanchi https://www.youtube.com/watch?v=WNs5b9bO8SQ Sanchin https://www.youtube.com/watch?v=TmK9kJ-2Cwo Chinto https://www.youtube.com/watch?v=Tyd03xC3wVc

Seisan https://www.youtube.com/watch?v=3YL6kD4lPVA Seienchin https://www.youtube.com/watch?v=sio9-c9swKkù

KYUDOKAN (究道館) DI HIGA YUCHOKU     

Il Maestro Higa Yuchoku[5] è nato a Naha (Okinawa) il 4 febbraio 1910. Il suo primo maestro è stato Shiroma Jiro, specialista di Shuri-te e allievo del padre stesso di Higa e di Itosu Anko. Alla morte del maestro Shiroma nel 1933, e dopo 1 anno di allenamenti da solo, divenne allievo dei Maestri Shinzato Jinen (studente di Miyagi Chojun) e Miyahira Kaiei (della scuola Kiyuna-Matsumura). Grazie all’insegnamento di questi due maestri il giovane Higa poté apprezzare le caratteristiche dello Shorin-ryu e dello Shorei-ryu. Nell’anno 1941, Higa inizia l’insegnamento del Karate ai funzionari del Municipio di Naha. Quello stesso anno inizia ad insegnare anche presso il suo domicilio. Dopo la fine della II Guerra Mondiale, conosce uno dei più grandi maestri di Karate, il Maestro Choshin Chibana, discepolo diretto del Maestro Anko Itosu diventandone, in breve tempo, il suo principale allievo. Dalle mani di Chibana, Yuchoku Higa riceverà il 9° Dan Hanshi divenendo il primo allievo insignito di questo grado. Nell’anno 1945, con la qualifica di ufficiale di polizia, il Maestro Higa lavora presso la questura di Yonabaru trasferendosi, 2 anni dopo, alla questura di Naha. In quello stesso anno (1947) il Maestro Yuchoku inaugura il Karate Dojo Kyudokan e si dedica al perfezionamento e allo sviluppo di tutto quello che aveva imparato dai suoi maestri e soprattutto da Choshin Chibana con il quale continuava ad allenarsi. Amico del maestro di kobudo Taira Shinken, collaborò con lui per la preservazine del kobudo di OkianawaNell’anno 1961, quando si costituisce la prima Associazione Shorin-ryu Karate-do di Okinawa, presieduta dal Maestro Chibana, Yuchoku Higa riceve la carica di vice presidente. In quel periodo, alterna la sua funzione politica con quella di maestro di Karate: oltre a ricoprire per 8 volte consecutive un incarico nella Camera dei Rappresentanti di Okinawa come presidente o membro, fu anche Presidente della Federazione di Karate e Kobudo di Okinawa e Capo del Consiglio di Maestri delle Associazioni di Karate-do di Okinawa. Yuchoku Higa ha anche ricevuto innumerevoli decorazioni tra le quali quella di personaggio illustre invitato dall’Imperatore Hirohito nel palazzo reale a Tokio. Nel 1976, UNA GRANDE SPIRITUALITÀ Il maestro Higa credeva che il dojo non fosse necessario per la pratica. Quando era giovane, ricorda, il karate si praticava in giardino o in casa. Lui praticava nel giardino di casa, tra alberi di baniano (una pianta indiana, ficus benghalensis) e di ciliegie, sotto la luce della luna. Il maestri Higa credeva che la pratica del karate immersi tra le bellezza della natura aiutasse a comprendere meglio il karate e i suoi meravigliosi insegnamenti. UN INIZIO DIFFICILE. Il maestro Yuchoku Higa è stato il fondatore dello stile Kyudokan (via della ricerca). Fisico temprato dall’allenamento di una vita, quando però era un ragazzo era gracile e di costituzione debole. Il nonno era preoccupato per quel nipote delicato, così lo condusse a casa di suo cugino, il maestro Gichin Funakoshi, all’epoca maestro di scuola, e lo lasciò lì. Lo scopo era quello di di instradare il giovane Yuchoku lungo la via del karate, ed anche di aiutarlo negli studi; dopo quattro giorni, Yuchoku era tornato a casa: si sentiva triste e solo lontano dalla famiglia. Due anni dopo nonno Higa ci riprovò con Chojun Miyagi, ma Yuchoku scappò via anche dalla casa del celebre fondatore dello stile Goju-ryu al grido “ti prego non forzarmi a praticare il karate”. Il nonno desistette. Fu solo a 16 anni che, giovane studente alla scuola commerciale di Naha, in Yochoku si risvegliò l’interesse per il karate. Brillante studente, era fatto oggetto di bullismo. Decise così di imparare a difendersi e iniziò a studiare karate per vendicarsi… scopo davvero non nobile, come ricorda sorridendo ormai in tarda età. 61 riceve il grado di 10° Dan Hanshi, il più alto grado cui un maestro può aspirare. Nel 1992 egli partecipa, insieme ad altri grandi maestri, ad una delle sue ultime e memorabili esibizioni presso il castello di Shuri. Nel febbraio dell’anno seguente riceve il Premio al Merito di Karate-do concesso dalla stampa Ryu Kyu. Il 06/11/1994 a Naha, all’età di 84 anni, il Maestro Yuchoku muore. Attuale caposcuola dello stile è Higa Minoru (nato nel 1941), nipote del maestro Yuchoku. In Italia (a Palermo), vive e insegna il maestro Oscar Higa (nato nel 1945), che ricopre il ruolo di Direttore Tecnico Mondiale della scuola.

Clicca sui seguenti link per vedere i video dello stile kyudokan

Matsumura/Tawada Passai (Yuchoku Higa anni 60?) https://www.youtube.com/watch?v=i-GPNIigPuE

Matsumura Passai (Yuchoku Higa 1992) https://www.youtube.com/watch?v=KEDnPcj5Y5E

Jion

Naihanchi shodan

Jitte

Naihanchi nidan

Sochin

Passai sho

Passai dai

Kusanku sho

Kusanku dai

Chinto

Seisan https://www.youtube.com/watch?v=j3-9cfNW7pA

Gojushiho

Chinti

Unsu

Stili derivati dal Naha- te, e comunementedefiniti

SHOREI-RYU

STORIA DEL NAHA-TE (那覇手)

La prima metà del XIX vede la nascita delle tradizioni che diventeranno note, quasi un secolo dopo, col nome di Shuri-te, Tomari-te e Naha-te. Nei dintorni di Naha, i primi decenni del 1800, era nota la famiglia Kojo, ma altre famiglie stavano emergendo. In particolar modo, almeno due uomini portarono dalla Cina a Naha la tradizione dello stile Shaolin di Fujian: Kenri (Norisato) Nakaima e Sakyama Kitoku. Nakaima era di Kume, mentre Sakiyama era di Wakuta, un villaggio vicino Naha. Si dice che entrambi fossero nati nel 1819, ma la data, almeno quella di Kenri Nakaima, è fortemente sospetta. La tradizione vuole che ebbero la possibilità di studiare con Ason e con un maestro noto come Ryuruko. L’arte che essi appresero è fondamentalmente la stessa che quasi cinquantanni dopo (Nakaima e Sakiyama tornarono ad Okinawa pare nel 1845, ma per i motivi che rendono difficile questa datazione, vd. infra) apprenderà Higaonna Kanryo. Nakaima Kenri ha trasmesso la sua arte al figlio Kenchu (1856-1953), e la famiglia Nakaima ritiene che il proprio stile sia stato chiamato Ryuei-ryu in onore del maestro Ryuruko (劉衛流). In Sells 2000, p. 43 si affrontano alcuni interessanti problemi di datazione riguardo la connessione tra il famoso quanto enigmatico maestro Ryuryuko (forse uno pseudonimo per Xie Zhongxiang, 1850-1930?) e i maestri di karate che sarebbero stati alla base del futuro Naha-te: Nakaima, Sakiyama e Higaonna. In particolar modo viene ritenuta improbabile la datazione fornita per la data di nascita di Norisato Nakaima tratta dall’albero genealogico di famiglia, che sarebbe il 1819. Queste date sono state ufficializzate anche nell’unico libro a tutt’oggi disponibile sul Ryuei-ryu, con la supervisione e i kata dimostrati da Tsuguo Sagumuto: All kata of Ryueiryu karate, Champ 2004, p. 10. Al di là di tutta una serie diconsiderazioni che rendono impossibile una datazione così alta per la nascita di Norisato Nakaima, l’impossibilità di comprendere tre generazioni di maestri nell’arco di un secolo è palese. Sappiamo di sicuro che Kenko Nakaima nel 1971 aveva 60 anni, cosa che lo fa nascere nel 1911 (data di morte, 1989). Questa data già ci consente di annullare verosimilmente quella per la data di nascita del padre, Kenchu, la cui datazione viene considerata 1856-1953. Kenchu avrebbe avuto Kenko a 55 anni. Una data non impossibile, ma certo sospetta. Date di nascita più verosimili porterebbero a far nascere effettivamente Norisato nel 1850, il figlio Kenchu tra il 1870 e il 1880 e Kenko nel 1911. Sakiyama invece insegnò a pochissimi allievi, il più famoso è Kuniyoshi Shinkichi il quale a sua volta, pur essendo un alto ufficiale nel governo di Okinawa, non fondò mai una scuola. Ad un altro enigmatico maestro cinese, Shu Shi Wa, maestro dello stile maestro dello stile Yongfu Huzun quan (stile della tigre rispettosa), si deve l’istruzione del futuro fondatore di uno dei più spettacolari stile “duri” di Okinawa, Kanbun Uechi, fondatore dello stile che porta il suo nome. Lo sviluppo del Naha-te fu opera di uno dei suoi più cari amici, Kanryo Higaonna.

Ryuei-Ryu di Norisato Nakaima (~1850-1927)

Norisato (o Kenri) Nakaima, nato da una ricca famiglia di Kume, si recò a Fuzhou all’età di 19 anni per compiere gli studi superiori. Lì, una ex guardia dell’ambasciata cinese presso Okinawa lo presentò al maestro Ryuryuko, di cui divenne allievo. Dopo 5 o 6 anni Nakaima ricevette il diploma di maestro. Dopo aver collezionato un gran numero di armi presso Fukien, Canton e Pechino, Nakaima torno in patria dove insegnò segretamente la sua arte al figlio Kenchu, che a sua volta la insegnò al figlio Kenko, che divenne fondatore e presidente dell’Associazione per la Conservazione del karate e del kobudo Ryuei-ryu. Quest’ultimo fu il primo ad interrompere il vincolo di segretezza nella trasmissione dell’arte marziale di famiglia e aprì il suo dojo anche agli allievi esterni: fra questi figura il celeberrimo Tsuguo Sakumoto, punto di riferimento per il Ryuei-ryu mondiale e 7 volte campione del mondo di kata.

In Sells 2000, p. 43 si affrontano alcuni interessanti problemi di datazioni riguardo la connessione tra il famoso maestro Ryuryuko (forse uno pseudonimo per Xie Zhongxiang, 1850-1930) e i maestri di karate che sarebbero stati alla base del futuro Naha-te: Nakaima, Sakiyama e Higaonna. In particolar modo viene ritenuta improbabile la datazione fornita per la data di nascita di Norisato Nakaima tratta dall’albero genealogico di famiglia, che sarebbe il 1819. Queste date sono state ufficializzate anche nell’unico libro a tutt’oggi disponibile sul Ryuei-ryu, con la supervisione e i kata dimostrati da Tsuguo Sagumuto: All kata of Ryueiryu karate, Champ 2004, p. 10. Al di là di tutta una serie di considerazioni sincroniche che rendono impossibile una datazione così bassa, l’impossibilità di comprendere tre generazioni di maestri nell’arco di un secolo è palese. Sappiamo di sicuro che Kenko Nakaima nel 1971 aveva 60 anni (Clarke, Okinawan karate, cit. vol. 2 p. 336), cosa che lo fa nascere nel 1911 (data di morte, 1989). Questa data già ci consente di dubitare della data di nascita del padre, Kenchu, la cui datazione viene considerata 1856-1953. Kenchu avrebbe avuto Kenko a 55 anni. Una data non impossibile, ma certo sospetta. Date di nascita più verisimili porterebbero a far nascere effettivamente Norisato intorno 1850, il figlio Kenchu tra il 1870 e il 1880 e Kenko nel 1911.

Lo stile Ryuei-ryu comprende 7 kata a mani nude ritenuti il cuore del sistema: Seisan, Sanseru, Niseishi, Pachu, Paiku, Heiku, Annan, ai quali alcune scuole aggiungono Sanchin, Ohan, Ananko, Paiho (una versione della gru bianca, qui eseguita da Tsuguo Sakumoto www.youtube.com/watch?v=Cmh0DUS2LXY).

Fa parte del curriculum che ogni studente deve conoscere anche l’utilizzo di 14 armi di origine cinese.

Clicca sul seguente link per vedere i kata dello stile Ryuei-ryu eseguiti da Tsuguo Sakumoto https://www.youtube.com/watch?v=RRzqX4B01gI

Naha-te di Kanryo Higaonna

I ken no kon

allena il pugno per penetrare lo spirito

Kanryo Higaonna (o Higashionna) nacque nel villaggio di Nishi, Naha, quarto figlio di Kanyo Higaonna, l’erede di nona generazione della famiglia Shin (Bishop p. 27 e Nagamine 2002 p. 79). L’anno era il 1853, lo stesso anno dello sbarco ad Okinawa dell’ammiraglio Perry. Pur discendendo da una famiglia di rango shizoku, gli Higaonna non erano benestanti (come spesso accadeva: si pensi alla famiglia Funakoshi), ed il giovane Kanryo portava legna da ardere dalle isole Kerama. La sua istruzione fu trascurata e secondo alcune testimonianze, da giovane Higaonna era “piccolo ma veloce e con anche potenti (Bishop p. 27 e Nagamine 2002 p. 79)”. Pare che da ragazzo abbia studiato i fondamenti del ti di Okinawa e il tode da Seisho Arakaki (1840-1920?) del villaggio di Kume, a Naha. Il periodo di studio con il grande maestro cinese fu breve, perché Arakaki fu chiamato a Pechino nel 1870 e tornò ad Okinawa solo in seguito (e fece in tempo a fornire insegnamenti ad altri illustri maestri della generazione successiva, come Mabuni e Chitose Tsuyoshi). Incerto è il suo discepolato presso un allievo di Wai Shin Zan ad Okinawa, Kojo Taitai di Kumemura (Sells p. 41).

All’epoca, Naha era un centro di affari abbastanza sviluppato, con cinesi e okinawensi occupati nel commercio e nel guadagno reciproco. Fu anche grazie a questi contatti che gli okinawensi si avvicinarono all’arte marziale cinese imparando a conoscerne almeno i principi. Comunque, Higaonna, non senza fatica, all’età di circa 23 o 24 anni, decise di recarsi in Cina per imparare l’arte cinese alla sua fonte. Higaonna partì con i fondi necessari a vivere per un anno. Resterà in Cina 15 anni, anche perché nel frattempo i rapporti fra Giappone e Cina erano mutati: il Giappone pose infatti fine alla relazione tributaria e agli scambi regolari che che legavano Okinawa alla Cina. Il viaggio poté essere effettuato grazie Yoshimura Udun (secondo Miyazato), o forse Higaonna si recò più volte in Cina come assistente di Yoshimura Udun (K. Murakami in Karate-do to Ryukyu Kobudo che riporta una testimonianza di Juhatsu Kyoda, un allievo diHigaonna). Come che sia, la sua vita in Cina rimane solo congettura. Le testimonianze (Miyazato, Kyoda) concordano nel sostenere che Higaonna fu allievo di Ryuryuko (secondo Miyazato si tratterebbe della stessa persona che istruì Nakaima del Ryuei-ryu), il cui assistente capo era Wan Shin Zan (unico maestro di Higaonna sarebbe stato solo Wan Shin Zan per Nagamine 2002 p. 80). In questa scuola, dopo enormi sacrifici (a volte Higaonna era preso dallo sconforto più cupo, ma una poesia ricevuta da uno dei suoi amici di Okinawa gli restituiva il coraggio: una pazienza ordinaria è alla portata di tutti, la vera pazienza è sopportare l’insopportabile). Quali kata Higaonna abbia imparato è però mistero:quelli che insegnerà ad Okinawa di fatto non solo quelli che appartengono alla linea di Ryuyuko (se il personaggio in questione va identificato con Xie Zhongxian). Incerta è anche il periodo di apprendistato presso Ryuryuko, e di conseguenza la data del suo ritorno ad Okinawa: la leggenda vorrebbe che Higaonna sia diventato uno dei migliore allievi di Ryuroko tanto da diventarne assistente, e ne sarebbe stato allievo, vivendo nella casa del maestro essendone di fatto uchi deshi, per 6 o 7 anni; secondo altri Higaonna sarebbe rimasto in Cina o 15 ai 30 anni. Evidentemente si brancola nel buio senza tener conto delle poche date note. Secondo un illustre storico okinawense, Tokashiki Iken, Higaonna avrebbe lasciato la Cina nel 1887, e sarebbe rimasto perciò in Cina 12 o 13 anni (Sells p. 43). Ma il problema non è solo questo: il nome di Ryuruko, è praticamente ignoto in Cina, il che indica che si tratta di un soprannome okinawense che nasconde il vero nome cinese. Inoltre non tornerebbero altre date. Se è vero, come indicano gli alberi genealogici ufficiali, che Kenri Nakaima e Sakiyama sono nati nel 1819 e avrebbero giovato degli insegnamenti di Ryuruko fino al 1845, allora non è possibile che Higaonna possa aver studiato con Ryuruko. A complicare la situazione, altre fonti fanno nascere Sakiyama nel 1830, mentre altri farebbero nascere Nakaima nel 1850: queste date farebbero di Sakiyama e Nakaima dei contemporanei di Higaonna, ma questo cozza con la notizia che fa di Higaonna un contemporaneo di Kuniyoshi, che si sa essere stato allievo di Nakiyama. Ora, secondo recentissimi studi, Ryuruko andrebbe identificato con Xie Zhonxiang (1850-1930), fondatore dello stile Minghe Quan (boxe della gru piangente). Ma come spiegare allora la differenza nelle forme tra lo stile Minghe Quan e quello che avrebbe insegnato Higaonna? Nel Minghe Quan vengono insegnati i seguenti kata: Happoren (Paipuren), Doonquan, Roujin, Nepai e Qijing; tramite’influenza di Go Kenki, alcuni di questi kata vengano praticati in alcuni stili di karate, mentre nessuno di quelli discendenti da Higaonna li contempla. Un’altra versione di questa complicata storia è offerta da Funakoshi e da Nagamine, che invece sanno che Higaonna sarebbe stato allievo di Wai Shin Zan, il che lo legherebbe ancor di più con Seisho Arakaki e con le tradizioni marziali del villaggio di Kume.

Come che sia, pare che al suo ritorno ad Okinawa nel 1877 o 1879 (il paese stava cambiando rapidamente sotto gli effetti della restaurazione Meiji: tra gli effetti della giapponesizzazione forzata: smettere di versare tributi alla Cina, adozione del calendario Meiji, adozione del sistema di procedura penale Meiji, riforma del governo secondo le direttive Meiji, scambi di studenti con Tokio anziché con Pechino, e cfr. Nagamine 2002 p. 82 e soprattutto Caroli pp. 97-100), Higaonna tornò a commerciare in legna da ardere, e solo nel 1889 avrebbe iniziato ad insegnare il suo stile di combattimento. All’inizio, pochi riuscivano a sostenere la durezza di un allenamento basato soprattutto sullo studio del solo sanchin, il kata di base per lo studio e lo sviluppo dell’energia interna.

In Okinawa circolano alcuni aneddoti sulle abilità di Higaonna: Shoshin Nagamine riporta un aneddoto che raccolto da uno dei suoi senpai, chiamato Ija no Aji Tanme, di Tomari:

Questo succedeva nel 1897, il maestro Kanryo aveva 45 anni. Una sera, dopo aver bevuto nel quartiere dei piaceri, rientra scortato da un giovane che gli illumina il cammino con una lanterna. Improvvisamente, tre pezzi d’uomini sbarrano loro la strada. Uno di loro esclama: ‘eccolo, il vecchio adepto, Higaonna!’, spegne la lanterna con un calcio e lancia un attacco di pugno al ventre del maestro Kanryo. Costui, indietreggiando di mezzo passo, para l’attacco con il proprio braccio destro. L’uomo lancia un grido di dolore e fugge. Anche gli altri due fanno dietro-front. L’uomo che aveva attaccato era Sakuma Santa, combattente altrettanto celebre di Choki Motobu. Sakuma disse in seguito che, quando il maestro Kanryo aveva parato il suo pugno, aveva sentito tanto dolore che aveva pensato che il suo braccio fosse rotto ed era fuggito spaventato…

Nagamine aggiunge un ulteriore ricordo di Iha no Aji Tanmei. Higaonna era molto interessato alle storie teatrali riguardanti eroi locali e bujin. Una sera Iha, che era direttore di teatro, invitò Higaonna dietro le quinte, e tra i due avvenne questo dialogo

Ho tenuto a mente questi precetto del maestro Kanryo: anche se conosci cento tecniche, una sola determinerà la tua sorte. Un solo colpo, è al tempo stesso la prima e l’ultima tecnica. L’adepto dell’arte deve saper confidare la propria vita a una tecnica unica. Il detto ‘i ken no kon’ significa ‘allena il pugno per penetrare lo spirito, questa è l’essenza del bushi’. Iha dichiarò che aveva imparato a memoria la lezione di Higaonna e spesso aveva utilizzato le sue parole nelle pièce teatrali (Nagamine 2002 p. 83).

Dopo qualche anno la situazione cambiò, ed il rinnovato interesse mostrato nei confronti del karate da parte dell’esercito giapponese, convinse Higaonna ad accettare alcuni allievi. Siamo intorno al 1890. Alla fine, emersero i tre migliori: Chojun Miyagi, Koki Shiroma e Juhatsu Kyoda.

Secondo le testimonianze, la pratica con Higaonna era dura, i primi tre o quattro anni erano passati allenando unicamente il kata sanchin, e sebbene Higaonna avesse molto da insegnare a coloro i quali perseveravano, i più abbandonavano. Chiamava il suo stile, probabilmente, shorei-ryu, che divenne noto generalmente solo come Naha-te (per distinguerlo dallo Shuri-te e dal Tomari-te). Secondo Murakami, Higaonna ripeteva spesso a Juhatsu Kyoda: “il karate non è stato inventato per far male alla gente, ma per aiutare la società”. Il motto preferito di Higaonna era “il karate ha bisogno di una tecnica; il karate ha bisogno di uno scopo” e anche “nelle arti marziali il progresso spirituale è importante; ricordate quindi che se qualcosa nella vita vi ostacola il cammino, spostatevi e girategli intorno”. Il detto I ken no kon significa ‘allena il pugno per penetrare lo spirito’. Questa è l’essenza del bushi”. Kenko Nakaima del Ryuei-ryu raccontò a Bishop (p. 30 che lo stile di Higaonna era “leggero, con uno straordinario lavoro sugli spostamenti e con calci bassi e veloci”. Nonostante la sua vita attiva, Higaonna morì all’età di 63 anni. Gli successe il suo allievo migliore, Chojun Miyagi.

Uechi-ryu di Kanbun Uechi (1877-1948)

Anche Kanbun Uechi ebbe modo di studiare la boxe cinese presso Fuzhou, dove si era traferito intorno ai ventanni. Lì ebbe modo di studiare con Shu Shi Wa, un maestro che come lavoro preparava e vendeva erbe mediche. Lo stile di Shu Shi Wa, il Pangai-noon (che significa anch’esso duro-morbido) aveva come caratteristiche principali attacchi duri e parate morbide. Uechi studiò con Shu Shi Wa fino al 1904 anno in cui si spostò a sud a Nansoye (o Nansei), dove aprì un suo dojo (aveva già imparato i kata sanchin, seisan e sanseiru, ma non ebbe forse il tempo di approfondire il Suparimpei, che in effetti non figura nel curriculum dell’Uechi-ryu), continuando a frequentare il suo maestro per approfondirne l’arte. Nel 1909 Uechi tornò ad Okinawa a coltivare la terra di famiglia a Motobu rifiutando di accettare allievi. Gokenki, il noto maestro dello stile della gru bianca, aveva incontrato Uechi e Shu Shi Wa parecchie volte in Cina e aveva iniziato a parlare di Uechi ai suoi amici e ai suoi clienti. Ma quando questi chiesero lezioni a Uechi, questi li mandò via. Il motivo di questo rifiuto pare fosse dovuto al fatto che un allievo di Uechi (o secondo altri Uechi stesso), in Cina, aveva ucciso un altro uomo in una rissa, e per via di questa tragedia pare che Uechi avesse fatto voto di non insegnare mai più. Nel 1924, per problemi di lavoro, Uechi si trasferì in Giappone e si stabilì a Wakayama. Un anno dopo, in seguito alla richiesta dei colleghi okinawensi, iniziò ad insegnare il suo stile, il Pangai-noon. Nel 1946 tornò ad Okinawa, dove poco dopo morì, nel 1948. Le redini dello stile passarono allora al figlio maggiore Kanyei, che mutò il nome dello stile da Pangai-noon a Uechi-ryu: allo stile originario vennero aggiunti altri kata creati da Kanyei: Kanshiwa, Kanchin, Seryu. Sullo sulla storia dello stile e i suoi kata, rimando tutto al bel libro dell’italiano Fulvio Zilioli, Karate Uechi Ryu. Storia, tecnica, filosofia, Luni 2015.

Clicca sui link per vedere i kata dello stile Uechi-ryu

https://www.youtube.com/watch?v=hF3s5oTAx9w  https://www.youtube.com/watch?v=CgxRulfL6CM

BIOGRAFIA

ESSENZIALE DEI 4 FONDATORI DEGLI STILI PIÙ DIFFUSI DI KARATE

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Hironori Otsuka (1892-1982) e lo stile wadoryu

I primi anni.

Per un approfondimento sulla vita del maestro Otsuka si rimanda a Comparelli-De Luca cit. pp. 15-20.

Il maestro Hironori Otsuka è nato il 1 giugno 1892 a Shimodate, prefettura di Ibaraji, in Giappone. È l’unico tra i fondatori dei quattro maggiori stili di karate a non essere di origine okinawense. Il prozio materno Chojiro Ebashi era ex un samurai che istruì per primo il maestro Otsuka, che allora aveva appena 6 anni, nel ju-jiutsu. Il giovanissimo Hironori avrà ancora modo di incontrare per strada ex-samurai ormai a riposo, ed osservare da vicino il loro comportamento e il loro modo di vivere la via delle arti marziali (cfr. Otsuka, p. 24-25).

Nel 1905, all’età di tredici anni, Otsuka iniziò lo studio dello Shindo Yoshin ryu ju-jutsu, la cui particolarità era l’attenzione posta anche agli attacchi di braccia e gamba, a differenze della maggior parte degli altri stili di ju-jutsu che specializzavano soprattutto i nage-waza (tecniche di lancio e a terra).

Nel 1911, all’età di 19 anni, Otsuka entrò alla Università di Waseda, una delle più illustri del Giappone. Nel 1913, a causa della morte del padre, Otsuka fu costretto a ritirarsi dall’Università e a lavorare alla banca Kawasaki di Shimodate. Il giorno del suo 29 compleanno (1 giugno 1921), Otsuka ricevette da Nakayama il Menkyo Kaiden (ossia il Certificato di Totale Trasmissione) della scuola Shindo Yoshin Ryu Ju-jutsu, divenendone Gran Maestro (per le controversie riguardo questa attribuzione rimando a Comparelli-De Luca cit. p. 15, nota 3).

Nel 1922, un articolo di giornale riportava la notizia della visita del principe Hirohito in Europa. Questo evento avrebbe radicalmente trasformato la vita di Otsuka (e di molte altre persone). Il giornale riportava infatti anche la notizia della sosta di Hirohito ad Okinawa, dove il principe aveva assistito ad una dimostrazione di to-de stile Shuri (la parola ‘karate’ non esisteva ancora, almeno ufficialmente). Un maestro di tale arte, Gichin Funakoshi, era giunto a Tokio per offrirne una dimostrazione. Otsuka, all’epoca trentenne, prese il treno e si recò al Meiseijuku, dormitorio per Okinawensi dove Funakoshi si era stabilito come custode. Il primo incontrò fu quanto mai positivo. Funakoshi sembrò ad Otsuka un uomo schietto e sincero, e questi si dichiarò felice di insegnare il karate ad Otsuka. Dal quel giorno, Otsuka non mancò mai agli allenamenti del maestro okinawense. Grazie ai suoi trascorsi marziali e al suo entusiasmo, nel giro di un anno Otsuka apprese i kata di Funakoshi, dopo quattro anni dal primo incontro Otsuka ne era divenuto l’assistente, colui che lo accompagnava in giro per il Giappone ad organizzare dimostrazioni. Nel 1923, dopo il terremoto che devastò il Giappone, le scuole di Ju-jutsu iniziarono a scemare in popolarità, mentre Judo, Aikido e Karate raccoglievano sempre più consensi. Da questo momento in poi, Otsuka focalizzò ogni sua attenzione nel karate.

Nel 1924, Funakoshi e Otsuka si recarono al dojo di Kendo dell’Università di Keio, e incontrarono il maestro Konishi Yasuhiro, il quale praticava anche Ju-jutsu ed in seguito fondò lo stile Shindo Jinen Ryu di Karate. Funakoshi, che aveva una lettera di raccomandazione, chiese al maestro Konishi se fosse stato possibile utilizzare la sala di allenamento del Kendo per insegnare il Ryukyu Kempo To-Te Jitsu (come allora Funakoshi chiamava la sua arte). Con l’aiuto di Konishi, Funakoshi e Otsuka formarono il primo club Universitario di karate. In quel tempo Funakoshi promosse Otsuka a cintura nera, uno dei primi giapponesi in quest’arte. Nel 1927 Otsuka lasciò il suo lavoro in banca per dedicarsi alla medicina tradizionale, come suo padre, specializzandosi nella cura delle ferite causate dalle arti marziali. Nel 1929 organizzò il suo primo club di karate all’Università di Tokio. È proprio in quest’anno che Otsuka inizia a studiare la possibilità del combattimento libero di karate in incontri sportivi, e a prediligere il combattimento ai kata, in contrasto con gli insegnamenti di Funakoshi. Sempre nel 1929, Otsuka venne registrato come membro della Federazione Giapponese di Arti Marziali.

Otsuka sentiva che molte delle tecniche insegnate nei kata okinawensi mal si adattavano al combattimento libero. Proseguì comunque nello studio del karate anche con Kenwa Mabuni, col quale perfezionò i kata appresi da Funakoshi, e col maestro Choki Motobu (col quale approfondì le applicaizioni del kata Naihanci). La sua idea divenne quelle di integrare il karate okinawense con il ju-jutsu e le altre arti marziali tradizionali giapponesi. Questo progetto segnò praticamente la fine dei rapporti tra Otsuka e Funakoshi. In tal senso, l’influenza di Motobu, un grande combattente il quale divenne famoso per aver sconfitto un pugile occidentale, fu determinante. Tra Motobu e Funakoshi, inoltre, non correva buon sangue.

Il 1934 fu l’anno di Otsuka: a questa data risale la prima elaborazione dei suoi sforzi. Chiamò il suo nuovo stile Dai Nippon Karate Shinko Club (ossia Club Promotore del karate giapponese). Sempre in questo periodo, sembra che un suo allievo, Eichi Eriguchi, gli abbia suggerito il nome wado-ryu.

Nel 1935 Otsuka compare nella prima edizione di Karate-do Kyohan di Funakoshi, mentre dimostra gli Idori con Funakoshi stesso. Nel 1938 Otsuka apparee nel libro di G. Nakasone Karate-do Taikan per l’esecuzione della difesa contro il coltello, in coppia con Toshio Kato. In quello stesso anno il Dai Nippon Butokukai lo promosse al grado di Renshi-go e il suo stile venne registrato comeShin Shu Wado Ryu.

Nel 1940 il Dai Nippon Butokukai tenne il suo 44° festival a Kyoto. In quell’occasione venne richiesto ad ogni maestro di registrare il nome del proprio stile ed un programma. Otsuka registrò il suo stile col nome di Wado Ryu Karate Jutsu. Nella stessa occasione vennero registrati anche Goju-Ryu, Shito-Ryu, e Shotokan-Ryu. Otsuka ufficializzò 36 kihon kumite, tanto dori, idori, tachidori, e altre tecniche ancora, ed inoltre 16 kata: Pinan 1-5, Kushanku, Naihanchi, Seishan, Chinto (questi primi 9 kata sono da considerare come il cuore dello stile wado), Bassai, Niseishi, Wanshu, Jion, Jitte, Rohai, Suparinpei (che in seguito venne abbandonato), e divenne il fondatore del primo stile giapponese di karate.

Nel 1942, il Dai Nippon Butokukai promosse Otsuka al grado Kyoshi. Nello stesso anno, Tatsuo Suzuki iniziò la pratica del Wadoryu.

Nel 1944, Otsuka venne eletto Capo Istruttore del Giappone. Durante la guerra, Otsuka continuò ad insegnare karate, ma offrì la sue competenze mediche come specialista in ferite da Arti Marziali. Sebbene le Forze Alleate avessero proibito la pratica delle arti marziali, Otsuka continuò ad insegnare sotto il pretesto di insegnare boxe, non karate. Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, la Wado Kai ebbe il suo Hombu Dojo di fronte alla Stazione di Polizia Tsukiji, nel centro di Tokio. Dopo tre anni, l’Hombu Dojo si spostò presso il Ginnasio di Nakano, dove è tuttora situato.

Nel 1949, Jiro Otsuka iniziò a studiare karate, Iaido e Kendo. Gli anni 50 e 60 conobbero l’espansione del Wado. Nel 1951 cadde il divieto di insegnare le Arti Marziali, e il Wado fu pronto ad espandersi nel mondo. Nel 1952 il Quartier Generale fu stabilito presso l’Università Meiji e presso la Stazione di Polizia di Osaki.

Nel 1954 Otsuka promosse Suzuki a 5° dan e capo istruttore per la regione Tokai.

Nel 1955 Otsuka pubblicò Karatejutsu no Kenkyu, in cui dimostrava i nove kata principali dello stile wado.

Agli inizi degli anni 60 Otsuka iniziò ad inviare istruttori in Europa e in America. Nel 1963 Suzuki, Arakawa e Takashima furono i primi ad essere inviati in Occidente. Nel 1964 il Wadokai fu riconosciuto dalla JKF (Federazione Giapponese di karate). I maestri più famosi che raggiunsero l’Europa furono: Atsuo Yamashita, Suzuki, Mochizuki, Kojima, Kono, Toyama, Shiomitsu, Iwasaki, Takamizawa, Sakagami, Kamigaito, Ohgami; negli USA: Ajari, Osaka, Abe, Nishimura, Kurobane, e Patterson.

Nel 1965, Otsuka Sensei con Yoshiaki Ajari filmò in due videocassette, oggi disponibili anche in DVD, una parte del programma wadoryu: il primo video, Wado Ryu Karate Volume 1, contiene una introduzione storica allo stile e al suo background, gli 8 Kihon principali di braccia, 4 Kihon Kumite, e i kata: Pinan 1-5, Kushanku, Jion (alcune parti), Naihanchi, Seisan. Il secondo video, Wado Ryu Karate Volume 2, contiene ancora qualche cenno storico, i kata Chinto, Niseishi, Rohai, Wanshu, Jitte, e alcuni istanti di Bassai.

Nel 1967, l’Imperatore del Giappone onorò Otsuka attribuendogli il Quinto Ordine di Merito (il Cordone del Sole nascente o Soko Asahi) per il suo contributo al karate. Otsuka è stato il primo maestro di karate ad ottenere un tale onore.

Del 1970 è il libro Wado Ryu Karate, firmato da Otsuka. Contiene gli elementi fondamentali dello stile, i kihon principali di braccia, le tecniche di pugno e di gamba e i kata Pinan 1-5, Kushaku, Naianchi, Seishan e Chinto.

Nel 1972 Otsuka venne onorato col grado di 10 dan. Da questa data, fino alla fine dei suoi giorni (29 gennaio 1982), il maestro Otsuka ha continuato ad insegnare la sua arte trasmettendo uno stile che fa della continua evoluzione il suo traccio principale.

Clicca per vedere il Maestro Otsuka che esegue i kata del suo stile

Pinan shodan https://www.youtube.com/watch?v=NpP4QOsfF1Yù

Pinan nidan https://www.youtube.com/watch?v=6zWXJmkgaAA

Pinan sandan https://www.youtube.com/watch?v=9fOaqhAenAA

Pinan yondan https://www.youtube.com/watch?v=sT3l4tcIuE0

Pinan godan https://www.youtube.com/watch?v=BA_rZnf5gL4

Kushanku https://www.youtube.com/watch?v=hjFD4z2cHKs

Naihanchi https://www.youtube.com/watch?v=tyHOQxgd88U

Seishan https://www.youtube.com/watch?v=_dQh69R6GYw

Chinto https://www.youtube.com/watch?v=FYfNCchyomA

Bassai https://www.youtube.com/watch?v=DJWOgs7W0LM

Wanshu https://www.youtube.com/watch?v=7gbdEJPQOyM

Jitte https://www.youtube.com/watch?v=XqEF-91gQ5U

Jion https://www.youtube.com/watch?v=xfNoSlS7014

Rohai https://www.youtube.com/watch?v=yDGaqX-x1KI

Niseishi https://www.youtube.com/watch?v=YZVCNm6fGPA

Mabuni Kenwa (1889-1952) e lo Shito-ryu

Per approfondimenti rimando a Comparelli-De Luca, cit. pp. 209-214. Mabuni Kenwa fin da bambino fu iniziato alla pratica delle arti marziali, grazie alle quali il suo fisico migliorò in maniera progressiva (per sua stessa ammissione nel libro del 1938 Kobo Kenpo Karate-do Nyumon). Ricevette i primi rudimenti del Karate da un domestico di casa chiamato Matayoshi che gli insegnò, come consuetudine prima della creazione e diffusione scolastica dei 5 Pinan, la versione originale del kata Naihanchi che poi invece il maestro Itosu gli suggerì di abbandonare a favore delle versioni da lui codificate. Continuò a studiare sotto Itosu dall’età di tredici anni fino alla morte del maestro, senza mai mancare un solo giorno, neanche in un giorno di tifone, come ricorda il figlio Mabuni Kenei. Nel 1902 entrò nel liceo dipartimentale di Okinawa, in cui il Karate non era ancor insegnato. La sua gioventù scolastica fu irrequieta, partecipò ai moti di sciopero dei liceali e in seguito a questi episodi fu costretto a trasferirsi; una volta diplomato, entrò nella scuola navale. A 19 anni terminò gli studi ed iniziò a lavorare come insegnante a tempo determinato alla scuola elementare di Naha. È qui che conobbe Miyagi Chojun, futuro fondatore dello stile Gojuryu. La passione per il Karate li unì e Miyagi decise di presentare l’amico al suo maestro, Higaonna Kanryo. Mabuni ebbe dunque la possibilità di studiare il Naha-te dal suo ‘fondatore’ e di diventare uno dei soli tre uomini che ebbero l’onore di allenarsi sia con Itosu sia con Higaonna: gli altri due furono Kanken Toyama (1888-1966) e Gusukuma Shimpan (1889-1954). Secondo la testimonianza di Kiyoda Juhatsu, uchi-deshi (discepolo interno) di Higaonna, Mabuni si allenò con una intensità e una dedizione uniche. L’allenamento con Higaonna fu intenso, ma di breve durata. Dopo due anni, Mabuni partì per il servizio militare; al ritorno, nel 1914, anche grazie al suggerimento di Miyagi, divenne ispettore di polizia. Sarà poliziotto per dieci anni. Questo lavoro gli offrì l’opportunità di spostarsi per Okinawa e confrontarsi con i più accreditati maestri di arti marziali studiandone stili e kata. Esperto di Toudi, Mabuni fu anche maestro riconosciuto di Kobudo, che apprese in particolar modo dai maestri Aragaki e Soeshi per il bo (bastone lungo) e Tawada per il sai (spada corta a tridente). Fu il maestro Aragaki (morto probabilmente nel 1918) ad insegnare i kata Niseishi, Unsu e Sochin a Mabuni. Itosu e Higaonna morirono lo stesso anno, il 1915. Mabuni aveva 26 anni. Ancora troppo giovane per continuare da solo nella via del Karate, insieme a Miyagi, con il quale intanto approfondisce il Naha-te, decise di costituire un gruppo di ricerca sul Karate. Nel 1918 nasce dunque la Toudi-jutsu Kenkyukai (Gruppo di ricerca sul tode). Ne facevano parte i migliori karateka di Okinawa, gli allievi dei tre più grandi maestri di sempre, Matsumura, Higaonna e Itosu: oltre a Mabuni e Miyagi, Yabu Kentsu, Hanashiro Chomo (che va annoverato tra i maestri specifici di Mabuni), Motobu Choyu (fratello maggiore di Choki Motobu), Oshiro Chojo (1887-1969, un allievo di Itosu, famoso per la sua abilità nello Yamaneryu bojutsu), Tokumura Seicho, Ishikawa Hoko, Funakoshi Gichin. La data del 1921 segna, infatti, una tappa fondamentale nella storia del Karate. Il principe Hirohito, in viaggio verso l’Europa, fece tappa ad Okinawa ed in suo onore fu organizzata una dimostrazione di Karate (in questa occasione a Funakoshi Gichin, che guiderà i lavori, verrà chiesto di recarsi in Giappone per eseguire ulteriori dimostrazioni: Funakoshi non tornerà mai più ad Okinawa e contribuirà in maniera unica alla diffusione del Toudi in Giappone). Nel 1924 le tre dimostrazioni più importanti sono: 1) al teatro Taisho di Naha, 2) al ginnasio di Shuri e 3) davanti al principe Chichibu Nomiya. È sempre nel 1924 che Mabuni mette a disposizione dei suoi colleghi il giardino di casa sua per gli allenamenti. Il nuovo gruppo è composto, tra gli altri, da: Miyagi Chojun, Kyoda Jutatsu, Motobu Choyu, Chomo Hanashiro, Oshiro Chojo, Chibana Chosin e Gokenki (il maestro Funakoshi si trovava, come anticipato, già a Tokio). È Mabuni Kenei a ricordare quel periodo:

Prima della costruzione del dojo, mio padre si allenava con i suoi allievi nel giardino, la notte, alla luce di una lampada elettrica. La maggior parte degli allievi erano a dorso nudo, raramente ho visto allievi vestiti con il kimono di judo o di kendo… Fin dall’infanzia la mia casa è sempre stata frequentata da Karateka, e io sono cresciuto guardando i loro allenamenti. A volte i visitatori mi regalavano dei dolci quando mostravo loro i kata che avevo imparato… nell’ottobre del 1924 mio padre fece costruire il dojo che sognava da molto tempo. Vi installò ogni genere di strumenti destinati a rafforzare il corpo per il Karate. Era un dojo ideale.

e ancora

Nell’allenamento del kata, le esecuzioni di ogni maestro contenevano le tecniche personali che contraddistinguevano quell’insegnante. Anche oggi, molti dei kata che si praticano prendono il nome dal maestro o dai luoghi in cui venivano insegnati.

Nel 1925 il Butokukai giapponese aveva già riconosciuto Judo e Kendo, ma non il tode. Il primo passo per il riconoscimento era presentarlo alla Stazione di Polizia locale, che svolgeva le funzioni del Governo Federale. Essere riconosciuti dal Governo ufficiale di Okinawa era un passo necessario per il riconoscimento della sezione Judo del Butokukai di Okinawa. Ma fu nel 1927 che il Karate conobbe una svolta. Fu in questa data, infatti, che il grande maestro Kano Jigoro pianificò una visita ad Okinawa. Per l’evento si prepararono delle celebrazioni di benvenuto, tra le quali era compresa una dimostrazione di Toudi. Non era la prima volta che Kano visitava Okinawa. Secondo la testimonianza di Shinkin Gima (1896-1989, studente di Itosu prima e di Kentsu Yabu poi: fu il presidente degli istruttori di Karate delle scuole di Okinawa; fu lui ad assistere Funakoshi a Tokio nelle sue dimostrazioni del 1922, sia alla “Prima Esibizione Nazionale di Atletica” poi al Kodokan davanti a Jigoro Kano), già nel 1926 Kano era venuto 4 volte ad Okinawa per tenere dei seminari, ma non aveva mai assistito ad una dimostrazione di Toudi. Questa volta, a Mabuni e Miyagi fu chiesto di organizzare una dimostrazione per illustrare la loro arte. Fu in questa occasione che Mabuni cercò un nome alternativo a Toudi, che suonava troppo cinese. Senza tenere in considerazione il precedente tentativo di Chomo Hanashiro, che aveva intitolato un suo scritto ‘Karate kumite’, utilizzando i kanji per ‘mano nuda’, quella che forse è la prima pubblicazione sul Karate, ci fu generale accordo sul fatto di inquadrare il Toudi a secondo delle zone geografiche dove era stato principalmente coltivato, ossia Shuri-te, Tomari-te, Naha-te. È sempre Gima Shinkin a testimoniare che prima di allora mai si era parlato di Shuri-te, Tomari-te, e Naha-te, ma che l’arte si chiamava genericamente Toudi. Nel 1928, furono Miyagi e Mabuni ad informare Funakoshi del cambiamento. Dal momento che la dimostrazione del 1927 venne allestita dal Ministero dell’Educazione, venne chiesto a Mabuni di illustrare i principi dello Shuri-te (fondamentalmente i kata pinan e naihanchi), mentre a Miyagi spettò il compito di illustrare il Naha-te.

Avendo ben compreso l’importanza della connessione cinese, ed essendo soprattutto affascinato dallo studio del qinna, Mabuni si circondò sempre di esperti provenienti dalla Cina: per primo Gokenki, poi To Daiki ed anche Kanbun Uechi, che aveva studiato in Cina con lo stesso maestro di Higaonna.

In Giappone, Mabuni si rese conto che l’interesse per il Karate cresceva di giorno in giorno, e sentì la necessità di arruolare nuove forze. È grazie all’incontro con Konishi Yasuhiro (1893- 1983, poi fondatore dello stile Shindo Jinen-ryu) e Otsuka Hironori che Mabuni e Miyagi poterono organizzare lezioni nei pressi di Kanto, poi a Kyoto e Osaka, dove Mabuni decise di stabilirsi anche per rispetto dell’amico Funakoshi. Ancora oggi Osaka è la roccaforte dello Shitoryu. Nel 1932 Mabuni organizzò il suo insegnamento presso l’Università Kansai Gakuin. La famiglia Konishi divenne come una seconda famiglia anche per Mabuni Kenei, che spesso era loro ospite quando papà Kenwa viaggiava per le sue dimostrazioni. All’inizio dell’epoca Showa (1925-1989) Mabuni si recò insieme a Konishi a Wakayama, dove avvenne l’incontro con Uechi Kanbun. Risultato di questo incontro fu l’introduzione del kata Shimpa, un kata che insegnava i principi dello stile della tigre e del cane di Fujian. Nel 1934 Mabuni decise di registrare il suo stile come Shitoryu, come è noto derivandolo dal nome dei suoi due maestri principali, Itosu e Higaonna. Prolifico scrittore di testi purtroppo poco noti, Mabuni è un autore di eccezionale importanza per la storia del karate. Karate-do Nyumon, scritto nel 1935 e poi ripubblicato nel 1938 in collaborazione con il prolifico Genwa Nakasone è da molti considerato la vera bibbia del Karate moderno. Il primo libro pubblicato da Mabuni porta la data del 1933 ed è intitolato Karate-jutsu: sfortunatamente di questo libro si è persa ogni traccia. L’anno seguente ha visto la luce Kobo Jizai Goshinjutsu Karate-do Kenpo (L’arte dell’autodifesa del Karate-do (di questo libro è ora fruibile la traduzione inglese di Mario McKenna, disponibile sono in e-book acquistabile on-line). Tra le presentazioni, spicca quella Funakoshi: «Mabuni Kenwa è mio ottimo amico e insigne ricercatore del Karate-do. Oggi considerato un vero esperto, il maestro Mabuni ha collezionato un materiale di ricerca immenso, ed è insuperabile nella sua maestria di tanti kata». Mabuni fu, inoltre, il primo a pubblicare il Bubishi (cfr. P. McCarthy, Bubishi, la bibbia del Karate tradotto e commentato da Patrick McCarthy, Edizioni Mediterranee 2000), nel 1934, trascrivendo la copia in possesso del suo venerato maestro Itosu Anko. Questo primo libro comprendeva anche il testo Seipai no Kenkyu ‘studio del kata seipai’, anch’esso ora disponibile per l’acquisto online nella traduzione inglese di Mario McKenna. Nell’introduzione, Mabuni si presentava come maestro di Gojuryu kenpo, e descriveva la sua arte come ideale per il benessere fisico e l’autodifesa, i cui meriti comprendevano anche il fatto di essere economica e non bisognosa di un luogo o di una divisa particolare per l’allenamento. Tra i meriti del Karate, inoltre, era annoverato il fatto di poter essere praticato in qualsiasi età e da entrambi i sessi, ed era molto più semplice rispetto ad altri tipi di budo. Inoltre Mabuni appare nel libro di Konishi Yasuhiro Karate Jotatsuho (‘Come diventare maestro di Karate’), per dimostrare il kata Passai (le foto di questa esecuzione sono comprese come bonus nell’e-book di McKenna).

Mabuni sensei è morto alla relativamente giovane età di 63 anni, lasciandosi dietro un sogno mai realizzato: l’unificazione del Karate. Il maestro ci ha tuttavia lasciato un’eredità di conoscenza infinita, profonda e penetrante, che noi dobbiamo ancora riscoprire.

Classificare i kata dello Shitoryu non è cosa semplice, poiché è forse l’unico stile in cui il curriculum dei kata è in continua evoluzione. Comunque, una linea generalmente accettata da tutte le scuole (e autorizzata da Mabuni stesso in Karate-do Nyumon ed. cit. p. 60) è la seguente (i link rimandano per semplicità alla linea shitokai, laddove reperibili):

– kata provenienti dai maestri Higaonna e Miyagi:

Sanchin (https://www.youtube.com/watch?v=cW-tU4S5bWo)

Saifa (https://www.youtube.com/watch?v=Zp1SEKYKtAg)

Seienchin (https://www.youtube.com/watch?v=GQFVBM8y350)

Shisochin (https://www.youtube.com/watch?v=DLHyN8k0W_0)

Seisan (https://www.youtube.com/watch?v=mw7OeXBE6b8)

Sepai (https://www.youtube.com/watch?v=9r8MKmxdqsA)

Sanseiru (www.youtube.com/watch?v=R-Tgl2SqTZk)

Kururunfa (https://www.youtube.com/watch?v=fgN4L3Wbnco)

Suparimpei (https://www.youtube.com/watch?v=Yz_ROFlCX5I)

Tensho (https://www.youtube.com/watch?v=-r2I_MaNNeA)

Gekisai ichi

Gekisai ni;

– kata provenienti dal maestro Itosu:

Pinan shodan (https://www.youtube.com/watch?v=KdAd20a9UMs)

Pinan nidan (https://www.youtube.com/watch?v=vgNA_Zo9tfk)

Pinan sandan (https://www.youtube.com/watch?v=1etWHPaxPrE)

Pinan yondan (https://www.youtube.com/watch?v=zYSVmNjzDaw)

Pinan godan (https://www.youtube.com/watch?v=GcNQSuTTiBE)

Naihanchi shodan (https://www.youtube.com/watch?v=Z_BmkRdMv2o)

Naihanchi nidan (https://www.youtube.com/watch?v=dW6MhhPP678)

Naihanchi sandan (https://www.youtube.com/watch?v=GGCaW5ZzWco)

Jitte (https://www.youtube.com/watch?v=VAUivBIwvjk)

Jion (https://www.youtube.com/watch?v=NX9urrBdHZc)

Jiin (https://www.youtube.com/watch?v=tKw1V191I_Q)

Rohai shodan (https://www.youtube.com/watch?v=MQcnymX2Fy8)

Rohai nidan (https://www.youtube.com/watch?v=flbS8T08sEk)

Rohai sandan (https://www.youtube.com/watch?v=HQd3PdG6j90)

Kosokun dai (https://www.youtube.com/watch?v=ZFuWEM_vlSA)

Kosokun sho (https://www.youtube.com/watch?v=21vO1pJ4Yuc)

Passai dai (https://www.youtube.com/watch?v=h9EfEEc-NGI)

Passai sho (https://www.youtube.com/watch?v=F5A0BqNWZTk)

Chinto (https://www.youtube.com/watch?v=gYFvuO1lsqI)

Chintei (https://www.youtube.com/watch?v=P2HBPXRVwdM)

Wanshu (https://www.youtube.com/watch?v=GgLURpbUOfI)

Gojushiho (https://www.youtube.com/watch?v=_a6IeHpV0b4)

kata provenienti da dal maestro Aragaki:

Niseishi (https://www.youtube.com/watch?v=BPE5qwH9q0c)

Unshu (https://www.youtube.com/watch?v=DAV-u0lVJoQ)

Sochin (https://www.youtube.com/watch?v=DLHyN8k0W_0)

Altri kata come Chatan Yara Kusanku (https://www.youtube.com/watch?v=LRG2ONxqKEk)

Kuniyoshi Kusanku, Ishimine Passai (https://www.youtube.com/watch?v=7RlWeruordg)

Matsumura Passai (https://www.youtube.com/watch?v=3ejOUPP4CzQ)

Matsumura Rohai (https://www.youtube.com/watch?v=JlshkTw6Y2E)

Tomari Passai (https://www.youtube.com/watch?v=OmJwM8lLUMs), Annan, Heiku, Paiku (i tre più famosi dello stile Ryuei-ryu), non sono componenti fondamentali dello stile, e vengono studiati da alcune scuole per aumentare il bagaglio dello stile (in linea comunque col pensiero di Mabuni).

– kata provenienti da Gokenki:

Nipaipo (https://www.youtube.com/watch?v=S7nl8fEovT4)

  • Cinque kata composti da Kenwa Mabuni:

Aoyagi (https://www.youtube.com/watch?v=ckp59jKW9Ac)

Juroku (https://www.youtube.com/watch?v=S8oXm4HR73Q)

Myojo (https://www.youtube.com/watch?v=Ob_tBO9KZk0)

Matsukaze (https://www.youtube.com/watch?v=E0v8ziHklVw)

Shinsei (https://www.youtube.com/watch?v=-0UKPbReBu8)

Shiho Kosokun (https://www.youtube.com/watch?v=xlBM_3tyKOc)

Chojun Miyagi (1888-1953) e lo stile goju-ryu

Il significato di un kata è ciò che dobbiamo comprendere e vivere – ognuno di noi – attraverso il nostro senso dell’arte marziale e le nostre capacità

Chojun Miyagi nacque il 25 aprile 1888 a Higashi-Machi (Naha), in una famiglia benestante che si occupava principalmente di l’import/export di erbe medicinali dalla Cina. Il nome proprio di Miyagi era Machu, che fu cambiato in Chojun all’età di 5 anni dallo zio che l’adottò dopo la morte del padre, nel 1893. La sua famiglia era proprietaria di due navi che viaggiavano regolarmente in Cina per commercio. L’agiatezza familiare permise a Miyagi di non avere mai altre preoccupazioni che non fossero inerenti allo studio del karate. Secondo alcuni, ma la notizia è molto incerta, il suo addestramento marziale iniziò a studiare Tomari-te con il maestro Aragaki Ryuko (da non confondere col più famoso AragakiSeisho), il quale poi lo presentò al suo amico Higaonna Kanryo, che divenne così il maestro di Miyagi, all’epoca quindicenne. Era precisamente l’autunno del 1902 (vd. http://www.dragon-tsunami.org/Dtimes/Pages/article41.htm per l’intervista fatta al nipote di Aragaki Ryuko, poi divenuto allievo di Miyagi) e questo proficuo sodalizio durerà per tredici anni, fino alla morte di Higaonna.

L’allenamento con Higaonna può essere considerato realmente “tradizionale”: si svolgeva presso il giardino dell’abitazione del maestro, con tantissima attenzione rivolta all’Hojo Undo e poi al kata sanchin, che Higaonna praticava a mani aperte e con una respirazione veloce molto diversa da quella che poi sarà caratteristica del goju-ryu.

Incuriosito dai racconti del suo maestro sull’abilità dei suoi maestri cinesi e soprattutto del celebre e per noi misterioso Ryuryuko, Miyagi decise di partire a sua volta per la Cina. Di un presunto primo viaggio, collocabile cronologicamente tra il 1906 e il 1910, non vi sono testimonianze certe. Poco prima della morte di Higaonna (di cui si incaricò di organizzare il funerale), probabilmente nel 1914 Miyagi si recò per la seconda volta in Cina a Fuzhou, alla ricerca di Ryuryuko (secondo alcuni, Miyagi fu raggiunto dalla notizia della morte di Higaonna mentre già si trovava in Cina, motivo per cui affrettò il suo ritorno in patria; secondo altri avrebbe fatto in tempo a raccontare al suo maestro le esperienze fatte in Cina, soprattutto in relazione ai diversi tipi di respirazione ivi appresi e che diventeranno caratteristici del Goju-ryu, per cui vd. anche http://seinenkai.com/articles/sanzinsoo/higaonna.html). Anche se chi e cosa Miyagi trovò in Cina, e soprattutto con chi e cosa studiò, è difficile da definire, Miyagi tornò ad Okinawa riportando del materiale di studio (probabilmente una copia del famoso Bubishi) e molte esperienze sul campo. Come che sia, la permanenza in Cina durò due mesi, e al ritorno in patria Miyagi iniziò a perfezionare il Naha-te che aveva ereditato da Higaonna.

Fino al 1918, Miyagi accettò pochissimi allievi (tra i quali Higa Seiko e Shimabuku Tatsuo e Shinzato Jinan) e soprattutto strinse rapporti di amici con mercanti di té immigrati dalla Cina, entrambi esperti di vari stili di quanfa: Wu Xiangui (Go Kenki, esperto della Gru Bianca) e Tang Daiji (To Daiki, esperto del quanfa dei Cinque Antenati, Wuzuquan, e dello stile della Tigre). A questa datarisale il primo tentativo di condividere le diverse esperienze dei vari maestri della generazione post Itosu e Higaonna (entrambi scomparsi nel 1915): la Ryukyu Toudi Kenkyu-Kai. Coofondatori insieme a Miyagi furono Hanashiro Chomo dellascuola Matsumura-Itosu, Motobu Choyo, fratello maggiore di Motobu Choki ed erede del Motobu-ryu, e Kenwa Mabuni, anch’egli della linea Itosu, ma che aveva studiato anche con Higaonna e soprattutto con Miyagi, di cui era ottimo amico.

Nel 1921 Miyagi e Funakoshi si esibirono davanti al futuro imperatore Hirohito, durante il suo viaggio di sei mesi in Europa. Nel 1925 Miyagi si esibì davanti al principe Chichibu.

A questi anni risale un secondo viaggio di Miyagi in Cina, stavolta insieme a Go Kenki, la cui influenza pare sia stata determinante nello sviluppo del goju-ryu: Tensho e forse Saifa sono il frutto di questa stretta collaborazione.

Nel 1926 la Ryukyu Toudi Kenkyu-Kai si riorganizzò comprendendo al suo interno anche maestri del calibro di Yabu Kentsu e Kyan Chotoku.

I viaggi di Jigoro Kano ad Okinawa segnarono una svolta per tutti i karateka di Okinawa. Quello del 1927, su invitò dell’associzione di Judo di Okinawa, fu fondamentale: il discorso che Kano tenne sul Budo giapponese provocò una profonda riflessione tra i maestri in relazione alla qualità culturale della loro arte. All’epoca, gli okinawensi vivevano una situazione di profonda inferiorità nei confronti dei giapponesi, e il comportamento umile di Kano, il cui grado e i riconoscimenti conferitigli dall’Imperatore lo ponevano molto al di sopra del più alto dignitario di Okinawa, fecero molto effetto. I maestri di Okinawa organizzarono una dimostrazione in onore di Kano: a Miyagi spettò il compito di illustrare il Naha-te (con dimostrazione anche di nage waza, shime waza e gyaku waza), a Mabuni lo Shuri-te. Alla fine, Kano consigliò vivamente a Miyagi, cosìcome era già successo con Funakoshi, di visitare il Giappone e di considerare seriamente l’ipotesi della diffusione su vasta scala del tode.

Nel 1930 Miyagi fu invitato a Tokyo per partecipare alle celebrazioni per la successione al trono di Hirohito. Non potendo partecipare di persona, Miyagi inviò il suo allievo Shinzato Jinan, al quale fu chiesto quale fosse il nome dello stile da lui praticato. Al suo ritorno ad Okinawa, Shinzato chiese lumi a Miyagi, il quale decise per Goju, una espressione reperibile nel Bubishi. Il nome fu ufficialmente registrato il 21 novembre 1930. Nel 1933 e nel 1935 Miyagi visitò il Giappone e nel 1937 fu gli concesso il titolo di Kyoshi, il titolo più alto mai concesso ad un okinawense. Nel frattempo, nel 1934, aveva trascorso una anno ad insegnare alle Hawaii. Nel 1936 Miyagi partecipò al meeting dei maestri di Okinawa in cui venne decise la grafia karate già utilizzata da Funakoshi, e sempre nello stesso di recò a Taiwan insieme a Go Kenki.

I molti viaggi di Miyagi sono probabilmente all’origine delle diatribe dei suoi allievi okinawensi e giapponesi, ognuno dei quali rivendica la genuinità dell’insegnamento originale di Miyagi. In effetti, la scuola Goju è l’unica ad essersi sviluppata contemporaneamente in Giappone e ad Okinawa. Certo in Giappone i suoi allievi avranno avuto modo di allenarsi con Miyagi solo durante i suoi viaggi, e comunque per poco tempo perché Miyagi si spostava continuamente. Ma anche ad Okinawa, gli allievi di Miyagi raramente si allenavano con il maestro, e il più del lavoro era svolto dagli ultimi allievi di Higaonna.

Il Goju-ryu di Miyagi iniziava con lo studio del kata Sanchin, anche se poi Miyagi inventò il kata Tensho (sulla base di un kata cinese chiamato Rokkishu) e, insieme a Shosin Nagamine i kata Gekisai Dai Ichi e Ni per gli studenti delle scuole elementari. Gli studenti di Chojun Miyagi studiavano dapprima quattro Kata: Sanchin, Seisan, Seiunchin e Tensho, per poi proseguire con i kata Shisochin, Seipai, Sanseiru, Kururunfa, e Suparimpei. Per la complessa definizione di Kaishu-kata e Heishu-kata rimando senz’altro a Tokitsu 2001, pp. 105-108.

Prima della Seconda Guerra Mondiale, Chojun Miyagi viaggiò molto per diffondere il Karate-do ad Okinawa ed in Giappone, ma dopo la Seconda Guerra, la perdita di tre figli, di Go Kenki, di Shinzato, minarono moltissimo la salute di Miyagi, che cadde in depressione. Da 1948 fino a 1953 rimase comunque in pianta stabile ad Okinawa. Se prima il suo allenamento e la sua ricerca erano indirizzati al perfezionamento della sua arte, ora l’esigenza diventava quella di trasmettere la sua arte alla generazione successiva.

Dopo il 1950, quando la situazione economico-politica di Okinawa iniziava a riassestarsi dopo gli orrori della Seconda Guerra Mondiale, alcuni allievi tornarono ad allenarsi presso il cortile della casa di Miyagi, e nuovi studenti iniziarono a bussare alla sua porta.

Il maestro morì l’8 ottobre 1953, proprio mentre stava fissando i criteri per gli esami. Non aveva neppure proclamato un successore, cosa che ha comportato un certo astio tra le scuole dei suoi allievi più anziani. Probabilmente questo onore sarebbe dovuto cadere su Jin’an Shinzato Sensei, ma questi morì tragicamente durante la Seconda Guerra Mondiale.

TRATTO DA Toudijutsu Gaisetsu (trad. inglese in Patrick McCarthy 1999, vol. 2)

STATO ATTUALE DELL’ISTRUZIONE DEL KARATE-DO

La storia del folklore insegna che i metodi d’insegnamento antichi si focalizzavano maggiormente sulla difesa personale, con poca enfasi sull’allenamento mentale o sull’approfondimento del precetto ‘Karate ni sente nashi (non c’è primo attacco nel karate)’. Ho notato che la negligenza di questi principi fondamentali è stata gradualmente colmata e corretta. Mia convinzione è che il pugno (ossia le arti marziali, n.d.t.) e lo Zen siano una cosa sola. Il bilanciamento di queste attività deve andare di pari passo. La trasmissione di questo precetto essenziale del Budo deve essere incoraggiata […]

SUGLI STILI DI TODE

Al momento ci sono molte teorie riguardo gli stili di Tode, ma nessuna è corroborata da ricerche storiche. Come chi va a tastoni nel buio, la maggior parte delle teorie sono solo supposizioni. Le ipotesi più accreditate descrivono gli stili Shaolin e quelli Shorei. Il primo, si dice, meglio si addice a chi è corpulento, mentre lo shorei meglio si addice a chi è più magro e sottile come un salice e difetta di forza fisica. Comunque, dopo aver analizzato questa teoria da varie prospettiva, è ovvio che si tratta di una teoria senza dubbio erronea. L’unico dettaglio di cui possiamo essere sicuri è che durante l’undicesimo anno di Bunsei (1828), o l’ottavo anno dell’imperatore cinese Dao Guang, uno stile cinese proveniente da Fuzhou fu studiato in approfonditamente. Da questo stile deriva il goju-ryu karate-do kempo.

Clicca per vedere i video (Yamaguchi)

Gekisai dai ichi https://www.youtube.com/watch?v=G5truzJZ03c

Gekisai dai ni

Sanchin https://www.youtube.com/watch?v=otrY8Zx1gtY

Saifa

Sanchin https://www.youtube.com/watch?v=kXUJeg2xhCg

Tensho https://www.youtube.com/watch?v=s4Lh2v1n-fk

Seienchin

Shisochin https://www.youtube.com/watch?v=J1rqa4UM7V0

Sanseiru https://www.youtube.com/watch?v=VYPFIbgqvog

Seipai www.youtube.com/watch?v=F1ulin_XULo

Sesan www.youtube.com/watch?v=XNRbEbuGTbI

Kururunfa https://www.youtube.com/watch?v=WlR6j-d23_k

Suparimpei https://www.youtube.com/watch?v=ZQreiFQ_cho

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Clicca per vedere i video (Higaonna Morio)

Gekisai dai ichi https://www.youtube.com/watch?v=ViLrpSxLLSw Gekisai dai ni https://www.youtube.com/watch?v=502v9hxUSRQ Saifa https://www.youtube.com/watch?v=2tWevWjokyU Sanchin https://www.youtube.com/watch?v=Q9A76RASa10 Tensho https://www.youtube.com/watch?v=MSDQbkgqEFE Seienchin https://www.youtube.com/watch?v=SBydIscTyV8 Shisochin https://www.youtube.com/watch?v=b5lhGxbKfBU Sanseiru https://www.youtube.com/watch?v=e3WO9A-Dg1M Seipai https://www.youtube.com/watch?v=PhhktM0I0YI Sesan https://www.youtube.com/watch?v=p7Dx8sD4JW4 Kururunfa https://www.youtube.com/watch?v=e849GLbb7fM Suparimpei https://www.youtube.com/watch?v=VKuh6DAo2YE

Gichin Funakoshi e lo Shotokan

Descrivere la vita e soprattutto l’importanza della vita del Maestro Funakoshi, è impossibile in questa sede, e sarebbe anche inutile, dal momento che i suoi scritti autobiografici e tecnici sono ampiamente divulgati in Italia (con l’eccezione di Karate-do Kyohan). Basti sapere che, dopo il suo maestro Itosu (la cui vita e soprattutto il suo reale operato, nonostante tutto, ci sono ancora poco noti), è la figura più importante nello sviluppo del karate contemporaneo. Della sua infanzia, della sua giovinezza (e di tutti cambiamenti che avvennero dopo restaurazione Meiji), dei primi anni nel meraviglioso mondo del tode, dell’intimo rapporto coi suoi maestri Azato e Itosu, ci parla lui stesso nel suo capolavoro spirituale, Karate-do il mio stile di vita, trad. it. Mediterranee 1987 [tit. orig. Karate-Do Ichiro, Kodansha 1975]. Fu allievo dei maestri più famosi della sua epoca, Matsumura, Itosu, Azato ed altri che invece non hanno lasciato traccia duratura nella storia del karate ma non per questo sono stati meno importanti nella formazione marziale del giovane Funakoshi. La data più importante nella sua vita di karateka è il 1921, anno in cui il Principe Imperiale (il futuro Hirohito), in viaggio verso l’Europa, si ferma ad Okinawa. Qui Funakoshi, insieme ad altri grandi nomi del karate, si esibisce in una dimostrazione che riscuote così tanto successo che l’anno seguente Funakoshi viene invitato a Kyoto all’Esposizione nazionale di educazione fisica per rappresentare il karate di Okinawa. Dopo la dimostrazione, il maestro J. Kano (il fondatore dello judo) lo invita a fermarsi in Giappone per diffondere la sua arte. All’età di 53 anni Funakoshi abbandona la sua isola natale, il suo lavoro di insegnante, e si trasferisce a Tokio. Gli inizi sono durissimi. Gli allievi sono scarsi e Funakoshi vive nell’indigenza. Ma la passione non lo abbandona e gli allievi pian piano iniziano ad aumentare. Tra i suoi primissimi allievi figurano però delle personalità che trascineranno il karate ai vertici mondiali, tra tutti Hironori Otsuka, fondatore dello stile wado-ryu. I più facoltosi raccolgono dei fondi e nel 1938 gli costruiscono quello che in assoluto sarà il primo dojo di karate chiamandolo Shotokan, ossia “la casa di shoto”. Shoto è il ‘fruscìo dei pini’, suono da cui Funakoshi era affascinato mentre camminava per i boschi natii e che adottò come suo pseudonimo poetico (come molti dei suoi maestri, Funakoshi era letterato e poeta). Funakoshi ha 70 anni. È in questo periodo che, sulla scia dello judo, entrano a far parte del karate il sistema dei kyu e dei dan per certificare le abilità raggiunte dagli allievi. Ad aiutare il maestro giunge il terzo figlio, Yoshitaka Funakoshi. Questi, benché di salute cagionevole (morirà infatti nel 1947), a costo di sforzi inimmaginabili divenne un esperto incontestabile di karate, in cui almeno in parte lasciò la sua impronta. Ma il karate di Funakoshi, basato principalmente sulla ripetizione e sullo studio del kata, alla lunga lasciò insoddisfatti i suoi allievi più anziani, desiderosi di cimentarsi anche nel combattimento libero sportivo, cosa che Funakoshi invece avversava: il combattimento nel karate non è uno sport, è una questione di vita o di morte, soleva dire. Alla sua morte, nel 1957, le contraddizioni e le polemiche non risolte spaccarono la sua scuola e i suoi allievi si divisero proseguendo ognuno a suo modo la ricerca del karate.

brano tratto da Karate Do il mio stile di vita, ed. cit. pp. 90-94

Sarebbe stato difficile, per chiunque, prevedere la vastità della catastrofe che colpì Tokyo il primo giorno di settembre del 1923. Fu quello il giorno del Grande Terremoto di Kanto. Tutte le costruzioni della zona erano fatte di legno, e nelle ore di fuoco furibondo che seguirono il sisma, la grande capitale fu ridotta in rovina. II mio dojo, fortunatamente, scampò alla distruzione, ma molti dei miei allievi semplicemente svanirono nell’olocausto degli edifici caduti e bruciati. Noi che sopravvivemmo facemmo tutto il possibile per soccorrere i feriti e i senzatetto nei giorni immediatamente successivi al terribile disastro. Con quelli dei miei allievi che non erano stati mutilati o uccisi, mi unii ad altri volontari per aiutare a procurare cibo per i profughi, per rinnovare macerie e per assistere nell’opera di sistemazione dei corpi dei defunti. Naturalmente, l’insegnamento del karate era stato temporaneamente rinviato, ma salvare una vita non poteva

esserlo altrettanto. Dopo poco, una trentina di noi trovò lavoro al ciclostile della Banca Daiichi Sogo. Non ricordo più quanto fossimo pagati né quanto tempo lavorammo, ma mi ricordo quel viaggio quotidiano dal dojo di Suidobata alla banca di Kyobashi sembrava non finisse mai. Mi ricordo un particolare di quel pendolarismo quotidiano. A quei tempi, pochissima gente indossava scarpe nelle strade delle città giapponesi; ognuno calzava sandali o zoccoli di legno chiamati «geta». C’e un tipo di questi ultimi chiamato «hoba no geta», che sotto ha due denti estremamente lunghi e talvolta uno solo, ed io calzavo sempre questi ultimi per rafforzare i muscoli delle gambe. Lo facevo da giovane ad Okinawa, e non vedevo alcun motivo per cambiare ora che facevo il pendolare per il mio lavoro alla banca. I «geta» ad un dente che calzavo erano intagliati in legno molto duro e facevano un gran rumore ad ogni passo, forte quanto quello dei «geta» di metallo di alcuni di coloro che si allenano nel karate oggi. Indubbiamente i passanti nelle strade mi guardavano ridendo fra sé e sé, divertiti al fatto che un uomo della mia età dovesse essere cosi vanitoso da voler aumentare la sua altezza. Dopo tutto, avevo ben più di cinquant’anni all’epoca. Assicuro comunque i miei lettori che il mio scopo non era la vanità: consideravo i miei «geta» ad un dente una necessità per il mio allenamento quotidiano. Col passare delle settimane e dei mesi, Tokyo cominciò ad essere ricostruita, ed alla fine arrivò il momento in cui ci rendemmo conto che il nostro dojo era in uno stato di vera rovina. Il Meisei Juku era stato costruito intorno al 1912 o 1913, e niente gli era stato fatto per molto tempo. Fortunatamente, ci fu concesso del denaro dal governo prefettizio di Okinawa e dalla Società di Cultura di Okinawa per attuare le riparazioni più urgenti. Ma naturalmente dovevamo trovare altri ambienti mentre il Meisei Juku fosse stato rimesso a nuovo. Avendo sentito che avevo bisogno di locali per l’allenamento, Hiromichi Nakayama, grande istruttore di scherma e buon amico, mi offrì l’uso del suo dojo quando non era usato per la pratica della scherma. Inizialmente affittai una piccola casa vicino al dojo di Nakayama, ma presto potei affittarne una più grande con un vasto cortile dove io ed i miei allievi potevamo allenarci. Venne, comunque, il giorno in cui questa sistemazione divenne inadeguata. II numero dei miei allievi cresceva, ma così pure il numero degli allievi di scherma. La conseguenza era che io recavo disturbo al mio benefattore. Sfortunatamente, la mia situazione finanziaria era ancora precaria e non potevo fare ciò che era logicamente desiderabile: costruire un dojo specificamente per il karate. Fu intorno al 1935 che un comitato nazionale di sostenitori del karate sollecitò abbastanza fondi per il primo dojo di karate mai eretto in Giappone. Non fu senza un minimo di orgoglio che, nella primavera del 1936, entrai per la prima volta nel nuovo dojo (a Zoshigaya, quartiere Toshima) e vidi sulla porta un’insegna recante il nuovo nome del dojo: Shotokan. Era questo il nome che aveva deciso il comitato; non pensavo mai che esso volesse scegliere lo pseudonimo che usavo da giovane per firmare i poemi cinesi che scrivevo. Ero triste, anche perché avrei voluto sopra ogni cosa che i maestri Azato e Itosu venissero ad insegnare nel nuovo dojo. Ahimè, nessuno dei due era più su questa terra, così il giorno che il nuovo dojo fu aperto ufficialmente, bruciai dell’incenso nella mia stanza e pregai per le loro anime. Agli occhi della mia mente, quei due grandi maestri sembravano sorridenti, mentre dicevano: «Buon lavoro, Funakoshi, buon lavoro! Ma non fare l’errore di compiacerti di te stesso, poiché hai ancora molto da fare. Oggi, Funakoshi, è solo l’inizio». L’inizio? Avevo allora quasi settant’anni. Dove avrei trovato il tempo e la forza per fare tutto ciò che ancora doveva essere fatto? Fortunatamente non vedevo ne sentivo la mia età, e decisi, come i miei insegnanti mi chiedevano, di non cedere. C’era ancora, mi avevano detto, molto da fare. In un modo o nell’altro, l’avrei fatto. Uno dei miei primi compiti, con il completamento del nuovo dojo, fu di preparare una serie di regole da seguire ed un programma di insegnamento. Formalizzai anche i requisiti per i gradi e le classi («dan» e «kyu»). II numero dei miei allievi cominciò a crescere di giorno in giorno, così che il nostro nuovo dojo, che era sembrato più che adatto ai nostri bisogni all’inizio, ora lo diventava sempre meno. Benché, come dico, non sentissi la mia età, mi resi conto che non potevo assolutamente adempiere a tutti i doveri che si stavano costantemente accumulando. Non solo c’era il dojo da dirigere, ma anche le università di Tokyo stavano ora formando gruppi di karate nelle loro sezioni di educazione fisica, e questi gruppi avevano bisogno di istruttori. Chiaramente, era troppo per un uomo soprintendere al dojo e viaggiare da università a università, cosi incaricai gli allievi anziani di insegnare nelle loro università al posto mio. Nello stesso tempo, assunsi il mio terzo figlio come assistente, delegandogli i compiti quotidiani di amministrazione del dojo, mentre io sovrintendevo l’insegnamento sia lì che nelle università. Dovrei puntualizzare che le nostre attività non erano limitate a Tokyo. Molte cinture nere del mio dojo come molti karateka delle università si impegnarono nei centri e nelle cittadine della provincia, col risultato che il karate divenne noto in tutto il paese e furono costruiti un gran numero di dojo. Ciò mi conferì ancora un’altra missione, poiché col diffondersi del karate io ero costantemente assillato da gruppi locali per spostarmi qui e la a tenere conferenze e dimostrazioni. Quando ero via per qualche tempo, lasciavo la direzione del dojo nelle buone mani dei miei allievi più anziani. Mi è stato spesso chiesto come è successo che io scegliessi lo pseudonimo di Shoto, che divenne il nome del dojo. La parola «shoto» in giapponese significa letteralmente «onde di pino» e così non ha un grande significato arcano, ma vorrei dire perché la scelsi. La città fortificata di Shuri dove sono nato è circondata da colline con foreste di pini delle Ryukyu e vegetazione subtropicale, fra cui il Monte Torao, che apparteneva al Barone Chosuke le (il quale, di fatto, divenne uno dei miei primi mecenati a Tokyo). La parola «torao» significa «coda di tigre» ed era particolarmente appropriata poiché la montagna era molto stretta e così foltamente boscosa che vista da lontano sembrava piuttosto la coda di una tigre. Quando avevo tempo, solevo passeggiare sul Monte Torao, talvolta di notte quando la luna era piena o quando il cielo era così limpido che si stava sotto una volta di stelle. A quei tempi, se accadeva che ci fosse anche un po’ di vento, si poteva udire lo stormire dei pini e sentire il profondo, impenetrabile mistero che si trova all’origine di tutta la vita. Per me il mormorio era una specie di musica celestiale. Poeti di tutto il mondo hanno cantato le loro canzoni sul mistero che si trova nei boschi e nelle foreste, ed io ero attratto dalla seducente solitudine di cui essi sono un simbolo. Forse il mio amore per la montagna era intensificato poiché io ero stato figlio unico e fragile fanciullo, ma penso che sarebbe stato esagerato definirmi un «solitario». Tuttavia, dopo un’intensa seduta di pratica di karate, volevo solo uscire e passeggiare in solitudine. In seguito, quando fui ventenne e lavoravo come maestro a Naha, andavo frequentemente in una stretta, lunga isola nella baia che vantava uno splendido parco naturale chiamato Okunoyama, con maestosi alberi di pino ed un grande stagno con alberi di loto. La sola costruzione sull’isola era un tempio Zen. Anche qui solevo venire frequentemente a passeggiare da solo fra gli alberi. Da quell’epoca ho praticato karate per alcuni anni, e divenendo più familiare con l’arte sono ora più conscio della sua natura spirituale. Godere la solitudine ascoltando il vento fischiare attraverso i pini era, mi sembrava, un’eccellente maniera per raggiungere la pace di spirito, che il karate richiede. E dato che ciò e stato parte del mio modo di vivere dalla più tenera fanciullezza, decisi che non c’era nome migliore di Shoto con cui firmare le poesie che scrivevo. Col passare degli anni, questo nome divenne, ritengo, meglio conosciuto di quello che i miei genitori mi imposero alla nascita, e spesso mi sono accorto che se non avessi scritto Shoto accanto a Funakoshi la gente non sarebbe stata portata a sapere chi fossi.

Funakoshi, come già i suoi predecessori, ci ha lasciato venti regole da seguire durante la pratica (da Gichin Funakoshi, I venti precetti del karate. L’eredità spirituale del maestro, trad. di Bruno Ballardini, Edizioni Mediterranee 2010,Collana Sapere d’Oriente 2.):

  1. Non dimenticare che il karate inizia e finisce con il saluto.
  2. Nel karate non esiste iniziativa.
  3. Il karate è dalla parte della giustizia.
  • 4)     Conosci prima te stesso, poi gli altri.
  • Lo spirito viene prima della tecnica.
  • Libera la mente (il cuore).
  • La disattenzione è causa di disgrazia.
  • Il karate non si vive solo nel dojo.
  • Il karate si pratica tutta la vita.
  • Applica il karate a tutte le cose, lì è la ineffabile bellezza.
  • Il karate è come l’acqua calda, occorre riscaldarla costantemente o si raffredda.
  • Non pensare a vincere, pensa piuttosto a non perdere.
  • Cambia in funzione del tuo avversario.
  • Nel combattimento devi saper padroneggiare il Pieno e il Vuoto.
  • Considera mani e piedi dell’avversario come spade.
  • Oltre la porta di casa, puoi trovarti di fronte anche un milioni di nemici.
  • La guardia è per i principianti; più avanti si torna alla posizione naturale.
  • I kata vanno eseguiti correttamente; il combattimento è altra cosa.
  • Non dimenticare dove occorre usare o non usare la forza, rilassare o contrarre, applicare la lentezza o la velocità, in ogni tecnica.
  • Sii sempre creativo.

Clicca per vedere i kata dello shotokan negli anni ’50:

Heian shodan https://www.youtube.com/watch?v=JCW6VavClmM

Heian nidan https://www.youtube.com/watch?v=qA-s4LXhuXU

Heian sandan https://www.youtube.com/watch?v=ic88p8gbIDw

Heian yondan https://www.youtube.com/watch?v=qXiBDS9QgDQ

Heian godan https://www.youtube.com/watch?v=8eK9Nc5vibY

Tekki shodan https://www.youtube.com/watch?v=r9lrT0TlKLA

Tekki nidan https://www.youtube.com/watch?v=SJaJsbULUuQ

Tekki sandan https://www.youtube.com/watch?v=bt6ZiRwrne4

Jitte https://www.youtube.com/watch?v=HCQCFeHwBO8

Jion https://www.youtube.com/watch?v=DOoXiQ23rv0

Jiin https://www.youtube.com/watch?v=yGLKxQRKay8

Kanku dai https://www.youtube.com/watch?v=XNwmRgVYpDk

Kanku sho https://www.youtube.com/watch?v=lG4bmbbwSYU

Bassai dai https://www.youtube.com/watch?v=WJ2VddCHK9o

Bassai sho https://www.youtube.com/watch?v=OUr1Slbkdfk

Gankaku https://www.youtube.com/watch?v=SP5LMm6QGM0

Chinte https://www.youtube.com/watch?v=UD38ne7FzM0

Gojushiho sho https://www.youtube.com/watch?v=X7TnjNNyS6k

Gojushiho dai https://www.youtube.com/watch?v=anxp9Ei05OM

97

Nijushiho https://www.youtube.com/watch?v=HluReFItRLI

Sochin https://www.youtube.com/watch?v=b_AaZhKc2GE

Unsu https://www.youtube.com/watch?v=PE-dhN7kQBk

Hangetsu https://www.youtube.com/watch?v=QV7S6PbX64s

Wankan https://www.youtube.com/watch?v=r6dtrLHZ-GQ

Empi https://www.youtube.com/watch?v=nxqXaU1M2D4

Enciclopedia dei kata

Per una introduzione sulla storia dei kata, sulla loro evoluzione, sui problemi inerenti alla loro classificazione e suprattutto sulla loro nomenclatura, rimando senz’altro a Comparelli-De Luca cit. pp. 21-42, pagine che se pur dedicate nello specifico alla storia dei kata praticati nello stile wadoryu, ha tuttavia il merito di presentare un discorso generale che vale per tutti gli stili. Inoltre l’analisi di alcuni kata trasversali nella storia del karate (i Pinan, Kushanku/Kanku, naihanchi/tekki, Seisan, Chinto), ne rende comunque utile, a livello metodologico, la lettura.

Anan

  • un kata caratteristico dello stile Ryuei-ryu, lo stile che Kenri Nakaima avrebbe imparato dal maestro Ryuruko in Cina. Alcuni storici non credono a questa genealogia, fatto sta che i principali kata del Ryuei-ryu (Anan, Paiku, Heiku, Pachu e Ohan) non si riscontrano negli altri stili (oggi questi tre kata sono stati introdotti nello Shitoryu tramite il maestro Hayashi, che fu a sua volta allievo di Kenko Nakaima). Anan è il kata che ha reso famoso l’attuale caposcuola del Ryuei-ryu, Tsuguo Sakumoto, più volte campione del mondo.

Bassai (o Passai) / Bassai (sho – dai)

L’etimologia è sconosciuta. Funakoshi ribattezzò questo kata Bassai, con i kanji che letteralmente significano ‘penetrare la fortezza’, o meglio ‘estrarre/parare’. Le varianti di questa kata sono innumerevoli, e ciò testimonia l’ampia diffusione e l’interesse che questo kata ha sempre suscitato nei vari maestri e nelle varie epoche. La forma più antica della versione Shuri-te sembra essere quella conservata nel Matsumura Seito, e la maggior parte dei Bassai oggi praticati sembrerebbe derivare da questo kata. Tuttavia, vi sono altre forme di Bassai che potrebbero dipendere direttamente da Matsumura come il Tawada Bassai (più noto come Matsumura-Bassai: Tawada era un allievo di Matsumura, e fu proprio questa forma che Choshin Chibana, uno dei maggiori esperti del kata Bassai, dimostrò per la prima volta in fotografia nel libro Karate-Do Taikan di Genwa Nakasone, pubblicato nel 1938). È assai difficile districarsi tra le varianti di Bassai e stabilire delle relazioni tra di loro: il Bassai Sho del Matsumura Seito presenta dei movimenti a mano aperta che richiamano il Tomari Bassai, la variante che Chotoku Kyan avrebbe imparato dal maestro Oyodomari, che in effetti presenta un numero di tecniche molto simile al Matsumura Bassai, ma eseguite a mano aperta. La differenza tra il Matsumura e il Tomari Bassai ed il Bassai-dai di Itosu (e quindi dei suoi allievi) sta negli attacchi: in effetti, nell’Itosu Bassai-dai, la maggior parte degli attacchi è stata sostituita da tecniche di parata, soprattutto nella fase iniziale del kata. Tutti i Bassai, comunque, presentano delle tecniche uguali, come l’assalto iniziale con ‘parata rinforzata’, in cui si salta, o ci si slancia, e si penetra scivolando con determinazione verso l’avversario. Tutti i Bassai prevedono, per il primo movimento, una posizione a gambe incrociate, con la gamba sinistra posta dietro la destra. Nel Matsumura Seito, invece, il piede sinistro continua la sua corsa in avanti e, appena superato il destro, ruota verso l’esterno la punta della dita. L’Itosu Bassai- sho, invece, sarebbe una creazione di questo grande Maestro.

Chinte / Chintei

La storia di Chinte è ignota. È stato trasmesso da Itosu, forse in maniera incompleta. L’utilizzo di attacchi con due dita e di altre tecniche specifiche, non riscontrabili in altri kata, lo rendono a suo modo prezioso. Secondo il maestro Ryusho Sakagami (fondatore dell’Itosu-Kai), Chinte sarebbe imparentato con l’ antico kata Chinshu. Chinte è forse correlato con l’uso, da parte dei guerrieri antichi, di arrotolarsi sulle braccia strisce di bambù, con lo scopo di utilizzare queste strisce sia per difesa sia per attacco. La versione okinawense di questo kata termina nel punto della partenza, mentre la versione Shotokan ha bisogno di tre saltelli all’indietro, interpretati in vario modo, per ottenere lo stesso scopo. La versione Shotokan, inoltre, adotta per alcuni passaggi il pugno verticale, laddove le varianti okinawensi usano regolarmente il pugno ruotato.

Chinto / Gankaku

Forse ‘combattere a est’, o forse si tratta di un nome proprio. Anche di questo kata esistono moltissime varianti ed una notevole diversificazione tra la versione Shuri e quella Tomari. Una tradizione farebbe di Chinto un bandito cinese sbarcato ad Okinawa ma catturato da Matsumura. Il bandito, in cambio della libertà, avrebbe insegnato a Matsumura la sue tecniche di lotta. Secondo altri, Chinto indicherebbe ‘combattere ad est’ o forse in qualche città ad est in Cina, o forse in una strada stretta (ciò spiegherebbe i suoi movimenti lineari). Esistono due varianti principali di Chinto: la linea Matsumura, tramandata praticamente immutata da Itosu ai suoi allievi, e che prevede spostamenti da Nord a Sud; la linea Tomari, che deriva da Matsumora ed è stata trasmessa nel Tomari-te da Chotoku Kyan: questa versione, notevolmente più lunga e complessa dell’altra, si svolge invece lungo una diagonale, e non prevede la tipica posizione della ‘gru’. Funakoshi in Giappone rinominò questo kata Gankaku, ossia ‘gru su una roccia’ per via delle posizioni finali su una gamba sola, e cambiò i mae-geri originali con degli yoko-geri.

Enpi vd. Wanshu

Gankaku vd. Chinto

Fukyugata 1-2 / Gekisai Gekisai 1-2

Serie di kata ‘di base’, ideata da C. Miyagi e S. Nagamine. Nel 1940, il Governatore di Okinawa, Gen Hayakawa, organizzò un comitato speciale di ricerca sul karate-do di Okinawa. Uno degli atti del comitato era autorizzare la creazione di due nuovi kata di base che facilitassero la propagazione dell’arte del karate. I maestri che facevano parte di questo Comitato erano nell’ordine: Ishihara Shochoku (presidente), (2) Miyagi Chojun, (3) Kamiya Jinsei, (4) Shinzato Jinan, (5) Miyasato Koji, (6) Tokuda Anbun, (7) Kinjo Kensei, (8) Kyan Shinei, e (9) Nagamine Shoshin. Pare che Miyagi avesse già creato un nuovo kata di base prima del 1940, e che in occasione dell’opportunità offerta dal governatore Gen Hayakawa, questo kata di base venne leggermente modificato: divenne comunque noto come fukyugata ni o, nel goju-ryu, come gekisai dai-ichi, mentre il gekisai dai-ni è una versione più complessa di questo kata, che prevede l’uso di tecniche a mano aperta. Fukyugata ichi, invece, è una creazione di Shoshin Nagamine. Questi due kata divennero noti come fukyugata ichi e fukyugata ni, ‘kata promozionali’ (nel goju-ryu più noti come Gekisai 1 e 2).

Gojushiho (sho – dai) vd. Useishi

Heian vd. Pinan

Heiku

Kata peculiare dello stile okinawense Ryuei-ryu, da qualche anno è entrato a far parte anche delle liste di alcune famiglie Shito- ryu. Heiku è la ‘tigre nera’, mentre Paiku è la ‘tigre bianca’. Questi due kata sono imparentati e prevedono entrambi una peculiare posizione rannicchiata con un ginocchio che sfiora il terreno: in questa posizione il karateka è pronto a scattare in avanti e colpire mae-geri, proprio come una tigre che si preparare all’assalto finale.

Jion, Jiin e Jitte

Jion (suono del tempio), Jiin (Terreno del tempio) e Jitte (pugno del tempio oppure Jutte 10 mani) sono una serie di tre kata da sempre associati l’un l’altro. Tutti e tre iniziano con un caratteristico saluto cinese (il pugno destro poggiato nel palmo della mano sinistra all’altezza dello sterno) e tutti e tre prevedono tecniche molto simili tra di loro. Nonostante Funakoshi affermi che questi tre kata siano di origine shorei, la loro storia è riconducibile al Tomari-te, e pare siano stati divulgati da Itosu verso la fine del XIX secolo. Una leggenda li vuole collegati con la Cina ed in particolar modo col tempio Jion, ma si tratta di pure congetture senza alcun fondamento. Era il kata preferito da Hanashiro Chomo, che lo dimostra in forma fotografica per la prima volta in Karate-Do Taikan di Genwa Nakasone (1938). Questa forma è sensibilmente diversa da quella che poi Itosu trasmise ai suoi allievi in una forma probabilmente già scolastica. La forma antica, però, ci è stata conservata nello stile Kyudokan tramite la famiglia Higa e nel Seibukan di Zempo Shimabukuro tramite Chozo Nakama, che a sua volta lo aveva appreso da Chosin Chibana.

      Kanku vd. Kusanku

Kururunfa

Il nome cinese dovrebbe essere Kun lun fa, che indica il metodo di kun lun, ossia lo stile insegnato al tempio buddista del monte Kun lun. In questo kata compare una guardia chiamata Yama Kamae, “guardia del monte”. Uno tra i kata più avanzati, è tipico del Goju-ryu e dello Shito-ryu. Inizia con una parata di shuto ed un kansetsu- keri alle articolazioni della gamba, sia a sinistra sia a destra, anche se nella versione originale, conservata in alcune scuole goju-ryu, le due parate di shuto erano effettuate, pare, come difesa contro il tentativo di afferrare la lunga veste cinese. Il gomito preme su un braccio dell’avversario, mentre l’altra mano afferra l’altro braccio preparando la distanza per il calcio alle articolazioni. La particolarità di Kururunfa, inoltre, è la presenza di varie difese contro prese particolari, nonché di molte tecniche a corta distanza e proiezioni, caratteristiche che convinsero Mabuni ad inserirlo anche nella lista dei kata shito-ryu.

        Kusanku / Kosokun (dai e sho) / Kanku (dai e sho)

Kusanku è un nome proprio, quello del militare cinese che sbarcò ad Okinawa nel XVIII secolo (testimonianza, peraltro controversa, nel cosiddetto Giornale di Oshima, datato 1762 e cfr. Tokitsu 2001 p. 32-34 e, infra, la‘cronologia del karate’). La leggenda vuole che il famoso TodeSakugawa ed un certo Yara del villaggio di Chatan abbiano tramandato, in forma assai differente, gli insegnamenti di Kusanku. Dalla linea Sakugawa discenderebbe il kata arrivato a Matsumura (che alcuni ritengono, probabilmente a torto, allievo di Sakugawa) e rivisitato prima da Itosu, poi dai suoi allievi; dalla famiglia Yara, attraverso forse un nipote, il kata fu trasmesso a Chotoku Kyan e passato nel Tomari-te fino ai giorni nostri. Kosokun-sho / Kanku- sho è probabilmente una creazione di Itosu. Tutte le versioni di Kusanku sono molto lunghe (Chatan Yara Kushaku è più lungo e complesso del Kusanku-dai di Itosu); tutte prevedono comunque il caratteristico movimento iniziale di apertura delle braccia a cerchio, che forse simboleggia l’armonia universale o la mancanza di armi (secondo la scuola Matsumura Seito, lo spostamento circolare verso l’alto indica invece il gesto di togliersi il fermacapelli, utensile indispensabile nell’acconciatura tradizionale dei nobili, per utilizzarlo come arma), sia la caratteristica forma di guardia chiamata ura-kamae. Ritenuto il kata fondamentale della linea shuri-te, alcuni passaggi del Kusanku hanno fornito ad Itosu lo spunto per la creazione dei 5 pinan / heian di base.

Meikyo

‘Specchio splendente’. Kata peculiare dello stile Shotokan, forse risultato di una rielaborazione, molto libera in verità, dei Rohai 2-3 di Okinawa. Meikyo è un nome creato da Funakoshi. Insieme ai tre Tekki, è il primo kata ad essere stato filmato, con autore Funakoshi stesso, nel 1924.

Naihanci / Tekki 1-3

Letteralmente ‘combattere di fianco’, oppure ‘passi nascosti’. Naihanci significherebbe altresì ‘combattere dentro’, simbolo della forza richiesta per difendere il proprio territorio. Si dice che i tre Naihanci attuali siano il risultato dell’elaborazione di Anko Itosu, che li avrebbe estrapolati da un kata più lungo, oggi perduto. Ma questa ricostruzione presenta molti punti oscuri.

  • assai più probabile, invece, che Itosu abbia lavorato su una tripartizione già esistente, e che una forma di Naihanci originale più articolata, se mai esistita, sia andata perduta ben prima di Itosu. Kenwa Mabuni, ad esempio, racconta che quando era ancora ragazzo, un domestico di casa lo introdusse al karate insegnandogli l’antico Naihanchi, ma Itosu gli suggerì di abbandonare quella forma per studiare quella che lui aveva elaborato. Non è ben chiaro però, né altrove è chiarito, quale tipo di Naihanci avrebbe appreso Mabuni da ragazzino. Su quale fosse la posizione di Naihanci-dachi ad Okinawa, ci sarebbe molto da discutere. Generalmente si ritiene che la posizione sia quella con la punta dei piedi rivolta all’interno, ma le fonti sono discordanti. Una delle più attendibili è Choki Motobu, il quale sostiene che l’usanza di tenere i piedi ‘a piccione ’, ossia rivolti all’interno, era stata una innovazione di Itosu (trasmessa poi ai suoi allievi: alcune scuole shito-ryu la mantengono), ma questa posizione era stata criticata da Matsumura e da Motobu stesso. La versione Tomari-te di Naihanci, insegnata a Motobu da Matsumora, utilizzava una posizione più bassa e con i piedi aperti, che aveva inoltre la peculiarità di iniziare a sinistra e non a destra (la si può vedere ancora oggi, trasmessa da Kyan, anche nei video dell’Isshin-ryu di Tatsuo Shimabuku). Funakoshi rinominò Naihanci in Tekki (cavallo di ferro) e generalizzò la posizione in kiba-dachi. Nel kata sono incluse tecniche di schivata, a corta distanza, leve e proiezioni.

Nipaipo / Nepai

Letteralmente ‘28 passi’. Si tratta, forse, della rielaborazione di un kata insegnato da Gokenki a Mabuni.

Niseishi / Nijushiho

Letteralmente ‘24 passi’. Questo kata fu insegnato da Seisho Aragaki a Mabuni che lo portò in Giappone trasmettendolo anche allo Shotokan. Pare che da Seisho Aragaki sia giunto anche nel Ryuei-ryu attraverso Kenki Nakaima. Il kata inizia con una parata a mano aperta e un attacco col pugno opposto, senza ritrarre il pugno che ha parato. Tecniche peculiari di questo kata sono attacchi di gamba in entrambe le direzioni (mae-geri nella versioni originali, yoko-geri nelle versioni giapponesi) e combinazioni ripetute di attacchi di gomito, parate e contrattacchi. Il kata termina con un mawashi-uke, contrassegno dei kata firmati Aragaki (così terminano anche Sochin e Unsu).

Paiku

Kata peculiare dello stile okinawense Ryuei-ryu, da qualche anno entrato a far parte anche delle liste di alcune famiglie Shito-ryu. Heiku è la ‘tigre nera’, mentre Paiku è la ‘tigre bianca’. Questi due kata sono imparentati e prevedono entrambi una peculiare posizione rannicchiata con un ginocchio che sfiora il terreno: in questa posizione il karateka è pronto a scattare in avanti e colpire mae-geri, proprio come una tigre che si preparare all’assalto finale.

Pinan / Heian 1-5

Letteralmente ‘pace e tranquillità’ o ‘animo pacifico’. Creazione del maestro Anko Itosu, che li introdusse nel programma scolastico di educazione fisica delle scuole di Okinawa in un periodo che oscilla dal 1902 al 1907. Prima dell’introduzione dei Pinan, solitamente si iniziava a studiare il karate attraverso il kata Naihanci o il Sanchin, a seconda delle scuole. Pare che il primo nome che Itosu avesse dato alla sua creazione fosse Channan, utilizzando un nome forse trovato nel Kikoshinsho, un libro del XVI secolo. La notizia che invece Channan o Pinan fosse un kata di Matsumura, che poi Itosu avrebbe rivisto, è priva di fondamento scientifico. Itosu sfruttò passaggi e idee contenuti nei kata classici, come Kusanku, Chinto, Jion, e inventò o forse estrapolò da kata non più noti anche altre tecniche. Da una discussione tra Itosu e Motobu, svoltasi probabilmente tra il 1905 e il 1915 quando il maestro era già in tarda età, si evince che i kata Pinan non nacquero già perfetti, ma che anzi Itosu continuò a perfezionarli fino alla fine, e il primo di questi cambiamenti fu proprio il passaggio da Channan a Pinan. Motobu racconta

“Mi interessai alle arti marziali fin da bambino, e studiai con molti insegnanti: con Itosu sensei per 7-8 anni. Dapprima lui visse in Urasoe, poi si trasferì a Nakashima Oshima a Naha poi su a Shikina, e finalmente alla villa del Barone Ie. Passò lì i suoi ultimi anni, vicino la scuola media. Un giorno lo andai a trovare, ci sedemmo parlando di arti marziali e di altri argomenti. Mentre ero là, si aggiunsero anche 2 o 3 studenti a parlare con noi. Itosu sensei si rivolse a loro e chiese di mostrargli un kata. Il kata che fecero era molto simile al Channan che avevo imparato anche io, ma con alcune differenze. Chiesi allora agli studenti di che kata si trattasse, e questi risposero che si trattava del kata Pinan. Gli studenti andarono via poco dopo, e io mi rivolsi ad Itosu sensei e gli dissi “ho imparato un kata chiamato Channan, ma il kata che quegli studenti hanno eseguito era diverso. Come mai?” Itosu sensei rispose “ Sì, il kata è lievemente diverso, ma è questo che poi ho deciso di insegnare. Gli studenti mi hanno detto che il nome Pinan è migliore, e ho seguito il parere dei giovani”.

Questo potrebbe spiegare anche alcune differenze tra i Pinan, soprattutto nelle rotazioni ed in alcuni passaggi, fra le varie scuole degli allievi di Itosu, che si allenarono sotto il maestro in epoche differenti.

Rohai / Meikyo

Letteralmente ‘segno dell’airone bianco’. Rohai è un kata tipico del Tomari-te, introdotto da Itosu dopo il 1873 anche nello Shuri-te in 3 varianti molto diverse tra di loro. Il Matsumora Rohai (a volte indicato come Matsumura) e l’Itosu Rohai Shodan sono accomunati dalla posizione dell’airone, e da un mikazuki-geri. Il Meikyo ‘pulire uno specchio’ o ‘specchio splendente’, nome dalla profonda valenza filosofica dello Shotokan viene da molti ritenuta una evoluzione dell’Itosu Rohai 2 e 3.

Saifa

Letteralmente ‘strappare’. Kata della famiglia Naha-te divulgato da Higaonna e presente oggi in tutti quegli stili che dipendono da Higaonna e Miyagi. Saifa un breve kata che comprende tecniche di liberazione e attacchi di uraken che, seppur non molto varie, sono impreziosite da spostamenti peculiari.

Sanchin

Letteralmente ‘3 battaglie’. È il kata fondamentale dello stile Naha-te. Chi padroneggia il Sanchin può superare o armonizzare il conflitto tra menta, spirito e corpo, unificando questi tre elementi essenziali dell’uomo. Questo almeno sembra essere il significato implicito del nome del kata. A livello tecnico, il Sanchin si focalizza sulla respirazione e su posizioni dure ed ha lo scopo di sviluppare il Ki. La sua origine è chiaramente Shaolin, è questo kata uno dei pochi kata di karate che tuttora sono praticati in vari stili di kung-fu. Il Sanchin antico, preservato nell’Uechi- ryu, presenta dei movimenti a mano aperta, mentre la versione Goju-ryu, che segue una innovazione di Higaonna, prevede i movimenti a pugno chiuso. La respirazione in questo è fondamentale, ed è una sorta di ruggito nel Goju-ryu tradizionale, mentre nello Shito-ryu e nell’Uechi-ryu è più naturale. Il paragone tra il ‘ruggito’ e la respirazione utilizzata nel goju-ryu è molto antica, e risale almeno alla giovinezza di Miyagi. Riporto a riguardo l’interessante aneddoto riportato in Nagamine 2002 p. 85: un giornalista giapponese della madrepatria, dopo aver assistito a una dimostrazione del kata sanchin dei giovani studenti di Higaonna, rimase profondamente colpito dal modo in cui essi muovevano i fianchi, contraevano i muscoli e respiravano. Il seguente haiku è stato composto da quel giornalista Toshu kuken hatsukaminari wo toriosou (Un rombo di tuono, che cattura la prima saetta del lampo con le mani nude).

Sanseiru

Letteralmente ‘36’. Esistono due versioni di questo kata: quella tramandata da Higaonna e quella importata da Uechi Kanbun nell’Uechi-ryu. Le due forme sono molto diverse. Nella versione goju/shito-ryu, vi sono molte tecniche di proiezione, attacchi di gamba alle ginocchia e colpi di gomito. La versione Uechi è decisamente più complessa, con prese e contrattacchi velocissimi, colpi di gomito, di ginocchio e ippon nukite. Una kata spettacolare, eseguito in maniera straordinaria da Toyama Senko, 10 dan di Uechi-ryu, un video che vale davvero la pena vedere.

Seienchin / Seiunchin

Letteralmente ‘Calma nella tempesta’ o ‘lunga marcia silenziosa’. Kata di famiglia Naha-te molto diffuso: prevede tecniche di mano molto complesse e l’assenza, almeno nella forma esteriore, di tecniche di gamba. Kata di origini oscure, la presenza di alcune posizioni praticate in questo kata nell’oscuro Bubishi, ha fatto ritenere alcuni studiosi che Nakaima e Higaonna lo abbiano importato ad Okinawa dopo aver studiato in Cina lo stile ‘Pugno del monaco’. Il kata parte lentamente in posizioni diagonali e prosegue seguendo spostamenti a X intervallati da spostamenti in linea retta. Tutte le versioni oggi esistenti derivano da Higaonna e Miyagi.

Seipai

Letteralmente ‘18’. Kata di origine cinese, fu importato e trasmesso ad Okinawa da Higaonna. Come per tutti i kata ‘numerici’ non è ben chiaro a cosa si riferisca il numero 18. Alle tecniche contenute? Ad un significato allegorico e mistico? Seipai resta, comunque, un bellissimo kata con tecniche di pugno molto varie, tecniche di gamba e varie prese e liberazioni.

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Seisan / Seishan / Hangetsu

Letteralmente ‘13’. Deriva con ogni probabilità da una forma cinese, ed è il kata di karate più diffuso, indipendentemente dalla genealogia stilistica. Ne esistono almeno due varianti principali: lo Shuri-te Seisan, che si suppone sia uno sviluppo di Matsumura e il Naha-te Seisan. Quest’ultimo è stato introdotto ad Okinawa almeno già dal XVIII secolo. Una sua esecuzione il 24 marzo 1867, in occasione della visita ad Okinawa dell’ultimo sapposhi cinese, è testimoniata dal programma della celebrazione in onore del sapposhi stesso: oltre alle danze folkloristiche, la sezione arti marziali comprendeva dimostrazioni di Kobudo e di kata, tra questi il Seisan, dimostrato da Seisho Aragaki, e il Suparimpei, dimostrato da Tomura Chikudon. I Maestri che lo hanno studiato nel XIX secolo e tramandato nel XX sono stati Aragaki, Nakaima, Sakiyama, Higaonna e Uechi.

Shisochin

Letteralmente ‘battaglia nelle 4 direzioni’. Kata di livello intermedio introdotto da Higaonna. Contiene tecniche di liberazione e di presa a mano aperta, tipiche del Naha-te.

Sochin (Kyudokan / Shito-ryu)

I due sochin, quello Kyudokan / Shito-ryu e quello Shotokan, pur avendo lo stesso nome sono due kata affatto diversi, e non è possibile pensare ad una rielaborazione shotokan del kata shito-ryu. Il sochin okinawense, importato in Giappone da Mabuni, è stato insegnato da Seisho Aragaki, che lo insegnò tra gli altri a Mabuni e a Chitose. Inizia con una serie di tre pugni in nekoashi e prosegue con rotazioni in opposte direzioni. Termina con la posizione cosiddetta della ‘tigre nera’, con l ’esecuzione di un calcio e una presa, pugni e mawashi-uke con spinta delle mani aperte. Mabuni lo dimostra in Karate-do Taikan di Genwa Nakasone, pubblicato nel 1938.

Sochin (shotokan)

Oscura è l’origine di questo kata. Nakayama Masatoshi lo ritiene una invenzione di Yoshitaka Funakoshi, ma forse il suo enbusen deriva dall’oscuro Kudaka-Sochin che Yoshitaka avrebbe appreso dal maestro Hisataka (secondo altri l’argomentazione andrebbe ribaltata, e sarebbe stato Yoshitaka stesso ad insegnarlo a Hisataka). Come che sia, il Sochin shotokan è caratterizzato dalla posizione di sochin-dachi su cui si effettuano una doppia parata, jodan e gedan.

Suparimpei

Letteralmente ‘108’. Suparimpei è unanimemente riconosciuto come la forma più complessa del Naha-te. Come tutti i kata numerici, anche ‘108’ è un numero dalle molteplice valenze filosofiche, la più diffusa è che 108 si riferirebbe alle passioni che il monaco buddista deve sconfiggere. Questo kata si pratica ad Okinawa sicuramente almeno dalla metà del XIX secolo, e fu dimostrato da Tomura Chikudon per la visita dell’ultimo sapposhi cinese il 24 marzo 1867. Suparimpei comprende moltissime tecniche di parate e attacco a mano aperta e chiusa in combinazione, attacchi di morote-tsuki in combinazione, e una completa varietà di tecniche di gamba, compreso mae-geri, mikazuki-geri e nidan-geri. Questi gruppi di tecniche hanno la particolarità di ripetersi nelle quattro direzioni.

Tensho

Letteralmente ‘mano che ruota’. Creazione del maestro Miyagi, che sviluppò questo kata dopo il ritorno dal viaggio in Cina che compì nel 1916 e dopo aver studiato il Bubishi. La leggenda vuole che Miyagi abbia creato il kata applicando l’insegnamento del capitolo 22 del Bubishi “i 6 modi di utilizzare il pugno (Roku Go Ichi Ki Shu, o Rokkishu)”, benché i movimenti descritti nel Bubishi siano attacchi e non parate come nel Tensho. Tensho in realtà integra movimenti ‘ruotanti’ di parata e presa con idee già presenti nel Sanchin. Tra l’altro, Kenzo Mabuni testimonia che il Tensho sia stato creato a due mani da Miyagi e da Kenwa Mabuni, e Kenzo ricordava ancora le sere in cui il kata veniva studiato e lui sedeva sulle ginocchia di Miyagi, tanta era la familiarità tra i due maestri di karate.

    Tekki vd. Nahianchi

Unshu / Unsu

Letteralmente ‘mani di nuvola’. Altro kata trasmesso da Seisho Aragaki ad una manciata di persone, tra cui Mabuni, che portò in Giappone la sua interpretazione e la insegnò anche agli adepti Shotokan: questa versione è oggi la più famosa al mondo. Unsu è chiaramente un forma derivante dal sistema della Gru Bianca, come è testimoniato dai tre passi iniziali in nekoashi e dai tre attacchi in ippon nukite, che simulano lo sbattere della ali della gru. Il kata prosegue con una serie (in 3 direzioni nello shito, in 4 nello shotokan) di parate a mano aperta (kake-uke nello shito, tateshuto-uke nello shotokan) con contrattacco di gyaku-tsuki, per poi difendersi da terra con due tecniche di gamba (ushiro-geri nello shito, mawashi-geri nello shotokan). La versione shotokan prevede uno spettacolare salto, punto focale del kata, quasi al termine dell’esecuzione. Ne esisteanche una versione nello stile Kyudokan ma che non ha alcuna similitudine con il kata appena descritta e si tratta forse di una elaborazione recente.

Useishi / Gojushiho sho/dai

Letteralmente ‘54’ passi. Anche il kata useishi / gojushiho risale almeno a Matsumura, ed era il kata preferito da uno dei suoi più brillanti allievi, Kentsu Yabu. Di questo kata esistono oggi molte versioni, le più note discendono da Itosu e Kyan. Una versione peculiare è invece conservata nel Matsumura Seito di Hoan Soken che, come nella versione di Kyan, prevede un inizio in hiza-dachi. La versione conservata nel Matsubayashi Shorin-ryu di S. Nagamine, prevede degli spostamenti che ricordano i movimenti di un ubriaco, spostamenti non reperibili nelle altre versioni. Pare che Funakoshi e la scuola Shotokan abbiano derivato questo kata dallo shito-ryu di Kenwa Mabuni, riadattandolo ai proprio canoni e dividendolo nelle versioni –sho e –dai (divisione che è peculiare dello stile Shotokan).

Wanshu / Enpi

Wanshu sembra essere un nome proprio, quello di un militare cinese sbarcato ad Okinawa nel 1683. Questi avrebbe insegnato la sua arte marziale nei dintorni di Tomari, ed in effetti questo kata rimase confinato in quest’area almeno fino al 1871 (così Choki Motobu) epoca in cui Itosu l’avrebbe imparato dal suo amico Matsumora, maestro di Tomari-te, ed inglobato nel suo sistema (seppure non come uno dei kata principali). Wanshu, come Kusanku, è uno dei kata che conosce più varianti all’interno del gruppo degli stili Shorin. La versione Itosu, infatti, trasmessa da Funakoshi (che rinominò il kata Enpi, ossia ‘volo di rondine’) e da Mabuni, è profondamente diversa da quella trasmessa dalla linea Kyan, il quale apprese il kata Wanshu dal maestro di Tomari-te Maeda Chiku. Il Matsubayashi-ryu di S. Nagamine, a sua volta, trasmette una versione di questo kata ancora differente, molto più simile alla linea Itosu, ma con alcune caratteristiche peculiari, come il kakushi-zuki o ‘pugno nascosto’. Tutti i Wanshu, tuttavia, presentano delle posizioni comuni, forse unico ricordo del kata originario prima delle varie divisioni stilistiche: le parate in uchi/soto-uke con gyaku- tsuki (a mani aperte o chiuse e in posizione di gambe incrociate o lineare) ed una proiezione molto simile al kata-guruma.

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 INDICE 
1.Introduzionep.2
2.L’isola di Okinawa e la nascita del todejutsup. 2
3.Rapporti antropologici e politici tra Okinawa e il Giapponep. 3
4.Dalla Restaurazione Meiji alla II Guerra Mondialep. 6
5.Teorie sulla nascita e sullo sviluppo del karatep.6
6.Da tode-jutsu a karate-dop.9
7.I principale stili Okinawensip. 15
8.Sokon Matsumurapp. 18-20
9.Anko Itosupp. 21-24
10. Anko Azatopp. 25-30
11. Hanashiro Chomopp. 31-33
12. Kentsu Yabupp. 34-38
13. Tawada Shinzakupp. 39
14. Matsumura Seitopp. 40-42
15. Kobayashi-ryupp. 43-45
16. Shorinji-ryupp. 46-48
17. Matsubayashi-.ryupp. 49-52
18. Seibukanpp. 53-54

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19. Isshin-ryupp. 55-56
20. Shobayashi-ryupp. 57-58
21. Kyudokanpp.59-62
22. Storia del Naha-tepp. 64-65
23. Ryuei-ryupp. 66-67
24. Naha-te di Kanryo Higaonnapp. 68-71
25. Uechi-ryupp. 72-73
26. I 4 stili fondamentalip. 74
27. Wadoryupp. 75-79
28. Shito-ryupp. 80-86
29. Goju-ryupp. 87-92
30. Shotokanpp. 93-98
31. Enciclopedia dei katapp. 99-116
32. Bibliografiapp. 117-118

Tavole riassuntive

Scheda riassuntiva dello Shorin-ryu iniziato da Sokon Matsumura e dei suoi maestri, con indicazione dei suoi allievi e del Matsumura Seiro shorin-ryu di Hohan Soken

Scheda riassuntiva dello Shorin-ryu iniziato da Itosu Anko, con i suoi maestri e i suoi allievi princpali

Scheda riassuntiva dello Shorin-ryu Kobayashi di Chibana Chosin, con indicazione delle sue radici e indicazione dei suoi allievi principali

Scheda riassuntiva della complessa situazione genealogica del Tomari-te, con indicazione dei principali maestrie degli stili derivati

Scheda riassuntiva dello Shorin-ryu Matsubayashi di Nagamine Shoshin con indicazione delle sue molteplici radici

Scheda riassuntiva dello nascita dello stile Isshin-ryu di Shimabuko Tatsuo

Scheda riassuntiva dello Shorin-ryu di Shimabuku Eio

Scheda riassuntiva dello Shorin-ryu Kyudokan di Higa Yuchoku

Scheda riassuntiva del complesso albero genealogico del Naha-te

Scheda riassuntiva del nascita dello stile Shotokan di Funakoshi Gichin

Scheda riassuntiva della nascita dello stile Goju-ryu di Miyagi Chojun

Scheda riassuntiva della nascita dello stile

Shito-ryu di Mabuni Kenwa

Scheda riassuntiva della nascita dello stile Wado-ryu di Otsuka Hironori


[1] Le date di nascita di Nabe Matsumura sono ignote (probabilmente 1860-1930 circa), come del resto poco o nulla si sa della sua vita. L’unica cosa certa è che doveva trattarsi di un ottimo maestro e di una persona rispettata ad Okinawa, come dimostra il suo appellativo Tanmei, che vuole dire “onorevole” o “anziano”, appellativo che ancora oggi a Okinawa è sinonimo di rispetto. In quale misura il karate di Nabe Matsumura rispecchiasse quello di Sokon Matsumura è difficile a dirsi (Sells, insieme ad altri, dubita persino dell’esistenza di questo personaggio, cfr. Sells p. 196).

[2] L’importanza simbolica del pino (matsu) ad Okinawa. Okinawa è un’isola famosa per la bellezza dei suoi pini, tanto che il Ryūkyu Matsu (pino di Okinawa, nome scientifico pinus luchuensis) diventato ‘tesoro nazionale’ nel 1972. Non sarà neppure un caso che il pino (松 song in cinese) è frequentemente citato nella poesia cinese come simbolo di longevità. Ora va detto che il kanji ‘matsu’ può anche essere letto ‘sho’, come nel nome dello stile Shotokan (濤 sho-to, ossia ‘soffio di vento tra i pini’ e 村 matsu-mura, ossia villaggio ‘村 mura’, di pini) che potrebbe dunque anche essere un omaggio nascosto a Matsumura Sokon, il cui nome era già leggenda ai tempi di Funakoshi, e il cui nome ricompare anche, ad esempio, omaggiato insieme a quello di un altrettanto famoso maestro del ramo Tomari, Matsumora Kosaku (1829-1898), nel nome dello stile fondato da Nagamine Shoshin, il Matsubayashi-ryū 林流 (il kani 林 può essere letto sia ‘rin’ sia ‘hayashi o bayashi’ e significa ovviamente ‘foresta’).

[3] In una intervista rilasciata alla rivista Dragon Times, Zenpo Shimabukuro (che parla e scrivefluentemente in inglese), ha sottolineato alcuni aspetti peculiari del suo stile. Per quanto riguarda le particolarità dello shorin-ryu di Kyan, Zenpo sensei sottolinea l’ampio uso l’ampio utilizzo dello shiko-dachi, in una forma più corta rispetto a quello usato nel goju-ryu: questa posizione è utilizzata per la mobilità e per la produzione di forza nella rotazione delle anche; l’utilizzo del pugno ruotato a tre quarti; la rotazione sull’avampiede unita alla rotazione delle anche per imprimere forza ai colpi. Per quanto riguarda le differenze tra gli allenamenti ‘di un tempo’ e quelli moderni, Zenpo sensei sottolinea che prima l’allenamento era quotidiano e molta enfasi era posta sul condizionamento del corpo e il potenziamento muscolare; oggi invece gli studenti allenandosi molto meno hanno necessità di imparare le tecniche di karate piuttosto che l’irrobustimento del corpo. Sui bunkai dei kata, Zenpo sensei spiega che nella sua scuola le applicazioni vengono mostrate subito, e col tempo gli allievi apprendono anche le varianti e le applicazioni più complesse, imparando a vedere e comprendere i movimenti dei kata in maniera diversa e più matura.

[4] Eizo Shimabuku fu promosso 10 dan a 34 anni, dal maestro Toyama Kanken (una autorità nel mondo del karate okinawense), che ebbe dal governo Giapponese l’autorizzazione a conferire gradi e qualifiche a chiunque nel mondo del karate. Nel 1959 Toyama chiese di formare una delegazione di maestri okinawensi per una dimostrazione a Tokio per essere riconosciuti come maestri giapponesi di karate. Si presentò solo Eizo Shimabuku, secondo il quale gli altri non si presentarono per timore (ma secondo altri i maestri okinawensi si rifiutarono di essere giudicati nell’arte di cui loro stessi erano maestri). Fatto sta che Eizo Shimabulo tornò a casa con il riconoscimento del grado più alto nel mondo del karate.

[5] Il maestro Yuchoku Higa è stato il fondatore dello stile Kyudokan (via della ricerca). Fisico temprato dall’allenamento di una vita, quando però era un ragazzo era gracile e di costituzione debole. Il nonno era preoccupato per quel nipote delicato, così lo condusse a casa di suo cugino, il maestro Gichin Funakoshi, all’epoca maestro di scuola, e lo lasciò lì. Lo scopo era quello di di instradare il giovane Yuchoku lungo la via del karate, ed anche di aiutarlo negli studi; dopo quattro giorni, Yuchoku era tornato a casa: si sentiva triste e solo lontano dalla famiglia. Due anni dopo nonno Higa ci riprovò con Chojun Miyagi, ma Yuchoku scappò via anche dalla casa del celebre fondatore dello stile Goju-ryu al grido “ti prego non forzarmi a praticare il karate”. Il nonno desistette. Fu solo a 16 anni che, giovane studente alla scuola commerciale di Naha, in Yochoku si risvegliò l’interesse per il karate. Brillante studente, era fatto oggetto di bullismo. Decise così di imparare a difendersi e iniziò a studiare karate per vendicarsi… scopo davvero non nobile, come ricorda sorridendo ormai in tarda età.